Numero 10

I nostri pensieri.

Quelli che non si erano mai guardati,
presentati come sconosciuti
che collezionavano coperte di viaggi,
raggi di fuoco che perforavano la nostra carne edibile,

I nostri vestiti.

I nostri occhiali davanti le nostre occhiate a bocconi,
baffoni di riso che accorciavano le nostre distanze,
debolezze di liquidi ambrati e trasparenti,
i denti che ci mostravamo, per presentarci ringhiavamo.

La nostra musica.

Giostre con troppe monete,
sete che scordiamo a bassi e acuti,
sperduti in stazioni morte,
sorte di chi tornerà a casa consumando le rotule.

I nostri capelli.

Delimitanti uno spazio povero,
vero e pieno di foto da puntare col dito,
per richiamare l’attenzione su ciò che fa male,
pugnale che ci chiediamo di estrarci dallo sterno.

Le nostre parole.

Vive di carne e vive di presagi,
malvagi questi cordoni da marionetta
che quel giorno ci hanno scontrati,
tentati da un altro formicaio da bruciare al sole.

I nostri sorrisi.

Le mille rughe che spiccano il volo sulle guance,
lance che mi accecano sulla via di Damasco
e non per questo mi scopro credente,
perdente su un pezzo di carta timbrato di falso.

I nostri incontri.

Bui di gente e bui di sole,
Parole di pagine che nessuno conosce,
i tuoi paesi con le mie filosofie,
corsie schizzate dalle ruote veloci, verso i campi, verso i fondali.

Le nostre mani.

Cercano ossa e trovano nicchie,
pannocchie di burro e di sale
che rimangono sugli angoli,
cònsoli delle nostre labbra arricciate.

Il nostro cibo.

Quello morto, quello ineffabile, quello vivo,
nativo dei miei dolori e delle mie assenze,
non capisci il dolore anche se oggi sembro gioviale,
baccanale di dolce e salato, di odio e di amore, di pieno e di vuoto.

Il nostro buio.

Le nostre preghiere comunitarie,
cerchiare di sporcizia ciò che abbiamo,
bugie per poterci scambiare qualche molecola,
cola il tempo e forse anche la voglia, la strattoniamo indietro.

Le loro facce confuse.

Le nostre facce confuse,
infuse di biglietti di aerei e dei miliardi che siamo,
Proteggiamo il nostro muscolo più importante
in una gabbia di ossa e di finte promesse,
leonesse che agitano la coda e bramano i tendini
che muovo i nostri piedi in direzioni opposte.

I nostri pensieri, di nuovo.

Questa volta faccia a faccia.
Un buco nero tra miliardi di stelle,
Il mio è un anello sporco di terra bagnata,
Il tuo è braccio di cera che brucia,
Il nostro è uno sguardo sui nostri respiri sudati,
I nostri sono pensieri che solo ai cuscini vengono rivelati.

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Numero 9

Credere al passato,
materializzare il futuro
pentirsi della polvere che porta.

Desiderare le tue magrezze,
il tuo spirito,
la tua mano colta.

Osservare il tuo sorriso cadere
sopra un rivolo di parole bellissime
e il rosso delle tue fibre color cenere.

Darti vita con una lama affilata,
farti credere che delle gocce ne cadranno,
non ne prenderò nemmeno una sorsata.

E credo al tempo, ai suoi spazi, ai suoi infinitesimi.
Ma non ragiono come lui.
Credo di mangiare il sole,
di mangiare la terra che ti porta via.

Ricalco quindi le orme,
evito il carro e la sua scia.

Evito le tue parole che ingoiano aria,
mi gonfiano la pancia,
immortalano una vita statuaria,
scalfiscono la mia lancia.

Numero 8

Una notte, le fiamme erano stelle
e tu gridavi al loro piccolo bagliore.
E io ero l’unica a goderne.

Oltrepassato lo scudo di metallo,
colpisti il mio tallone,
mentre giocavi sotto contratto,
e io non avevo copione.

Hai creduto che io ti mentissi,
ma sussurravo, sussuravo
perchè tu non udissi
di avvicinarti ai miei fianchi,
di correre la musica,
fino a morirne, stanchi.

Di solito

Di solito non sono incline a riportare esperienze così come le ho vissute. Ma credo che per questo post farò un’eccezione, e la motivazione mi sembra più che valida.

Ieri mi sono vista con una mia carissima amica con cui ho un rapporto saltuario – tra università e giri di amici diversi è difficile incontrarsi. Ci conosciamo da una vita, da quando avevo 10 anni; ne sono passati quindi 11. Il piccolo locale dove siamo andate ci regalava musica  reggae che però non ci ispirava, qualche salto in pista ed eravamo di nuovo fuori a bere birra e a lasciarci ipnotizzare dai murales a righe.

Come al solito, abbiamo parlato di ragazzi.

Per discrezione chiamerò questa mia amica Effe. Effe con i suoi occhi grandi piantati su un muso da leonessa. Leonessa come l’ho sempre vista: forte, inscalfibile, sì che poi tutti gli ossi duri hanno l’interno morbido. Ma lei mi era sempre sembrata che lo nascondesse molto bene.
Invece ieri sera era fragile, davvero. Mi chiedeva, senza usare punti di domanda, quante persone fosse consentito amare, come capire chi amasse davvero, dove dovesse andare il suo amore. Le sue mani afferravano timidamente l’aria, anche quella le sfuggiva.
Non mi guardava quando confessava. Mi rubava via le parole con lo sguardo quando ero io a parlare.
E la frase che più l’ha colpita:
“E’ normale”.
“E’ normale?” e a malapena colsi l’intonazione della domanda tanto le tremava la voce.
Sì Effe, è normale.
Non mi piace usare questa parola e forse lo sai, ma quello che mi dici è stramaledettamente normale.
Mettiamola così: nessuno di noi prova sentimenti unici, altrimenti non avremmo un vocabolario comune, no? Ma forse questa è un’altra storia.
Io dico che è normale avere poco più di vent’anni e tanto amore da dare. Amare e sentirsi amate. Per questo, mi dispiace, ma hai trovato la persona meno adatta che possa rispondere ai tuoi dubbi.
Però per la prima volta ti ho vista come me. Ci capivamo nei nostri se e ma. E per me è stato bello.

Ed erano le 3 del mattino quando tornavamo verso casa e la macchina si fondeva con l’asfalto. Ed Effe se ne uscì così.
“E’ proprio bella la vita”.
E solo questa è stata la nostra certezza più assoluta.

Numero 7

Un traguardo, una bandiera.
Passi che si affrettano per le scale.
Luce che bagna il marmo.
Il fiato corto degli occhi che ti vedono lontano.

Sarà il mio destino che ti farà inciampare,
i miei sbagli che ti faranno ridere,
la mia voce che ti farà crescere.

Saranno i tuoi sguardi che richiameranno la nave,
dal largo porterà il senso dell’olfatto,
ti regalerà pensieri che già so,
ma che non ti ho mai detto.

E quando sarà il tempo te ne andrai,
lascerai sotto il lino la noia e qualche soldo
affinché possa pagarmi un altro giro,
un’altra illusione,
ricordi che non mi appartengono.