Numero 16

Occhi di sangue a furia di scriverti
falangi mangiate a furia di pensarti.
Ogni momento morto
vedevo il tuo riflesso sui denti smaltati
e la tua ombra negli angoli dei locali.
Stringendomi i pugni sulle cosce,
recitavo maledizioni affinchè sparissi.

Guardandomi attorno non c’erano che tue proiezioni
distorte, lontane, vicine, recenti.
Ogni volta che faceva male
mi coprivo con i capelli
e ti consumavo con cicli di pentimenti.

Ti ho trovato in un cappotto giallo,
lasciato lì da mio padre.
Ti ho mostrato a palmo aperto ai suoi occhi,
le iene che deridono il loro stesso banchetto,
anche lui si è morso le carni
ed è restato in silenzio.

Sono rimasta sul bordo ad aspettare,
occhi chiusi, la nausea e la bile
a scacciare i ricordi, a inghiottire acido,
a consumarmi le gengive.

Rimaneva l’alone,
un cerchio imperfetto sbafato di arancio,
ma ora, con mani di ferro
ti sollevo sopra le quercie,
più in alto dei nastri di luce
e ti lascio cadere.

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Numero 15

Mani di bacche.

Scivoli tra il ramo pungente
attenta a non stringere troppo forte,
a non farle cadere,
devi solo insanguinare il terreno.

Mani di bacche.

Piegata su un arbusto
i trentatré anni di cristo
che ti spezzano la schiena.
Ma affacciano sull’arcobaleno.

Mani di bacche.

Ti basta un dito per colorarti le labbra
e uscire di notte senza le stelle.
Per farti scivolare la mano su un fianco
e andare a dormire quand’è sereno.

Mani di bacche.

Per ritrovare le pose ancestrali,
per sentirti d’improvviso sapiente,
per sfuggire alla facciata del mondo,
per ritrovarti credente.

Numero 14

Piedi piantati su cotone acquamarina.
Se ti tieni salda non sentirai la scossa;
se ti tieni salda, non proverai dolore.

Sfilando e lasciando la presa,
aspettando che arrivi l’arancione caldo,
vomiti i nodi giù per lo scarico.

Ti asciughi le dita
dall’alcool della sera prima,
perchè un intero bicchiere
fa molto più male.

Aspettando con orgoglio
che il tuo nome venga pronunciato.
Aspettando i tuoi occhi
identificati in un riconoscimento facciale.

Sorriderai alla tua immagine,
te la prenderai con la sua somiglianza,
strofinerai fino a far uscire il bianco dei denti,
come il bianco della ceramica.

E ti tufferai di nuovo sotto l’acqua bollente,
come volessi raggiungere
il fondo dell’oceano.

E tenterai disperatamente di aggrappartici,
per realizzare che non v’è presa sulla sabbia.