Le cesoie

Le si erano appiccicati i gomiti al bancone di metallo, le macchie della crema di caffè
“Che pe’ me è ‘na cretinata” si era lamentato suo marito quando Anna, la moglie dai capelli corti e uno spirito intraprendente, aveva rimpiazzato il sorbetto al melone con la miscela di panna zucchero e caffè.
“Che tanto facciamo tutto noi” aveva spiegato alla signora Lucia che come al solito si era fermata a chiacchierare dopo la spesa, gli occhiali viola a proteggere dal sole estivo e il gambo di sedano che usciva fuori dalla busta riutilizzabile della Pam.
E Lucia aveva annuito approvando, che tanto al bancone appiccicoso di quella crema non ci arrivava mai, si sedeva al tavolino fuori a bere il suo caffè e prosecco, osservando i passanti di via Gianfilippo Usellini. Una zona alle periferie della grande Roma, il sole incolore rifletteva il bianco e arancio delle case moderne, popolate quelle famiglie che non potevano permettersi di costruirsi una vita suii prezzi degli affitti del centro città.
E con i gomiti appoggiati sul bancone, le punte delle Adidas superstar inchiodate sullo stipite di legno per poter raggiungere in piena altezza lo sguardo di Anna, Rebecca apparteneva ad una di quelle famiglie. Capelli castano chiaro, una chioma selvaggia fino a metà schiena, che nonostante i suoi dieci anni, era decisamente una tra le più basse e mingherline della sua classe.
“Dai dammi la Goleador. Quella alla frutta. C’è Maurizio che me la compra”
Perché allo stesso tempo, era anche la più bella. E quel bambino con la polo rossa di una taglia più grande, seduto a sorseggiare il chinotto ma perché non ti prendi la Coca-Cola, chiedeva Rebecca, che lui ci veniva al bar perché sapeva che la trovava lì, o al massimo alla Pam accanto a studiare gli smalti che non comprava, a rubacchiare le caramelle che divideva poi con gli amici del parco, ma questo Maurizio non lo sapeva, che al parco lui non ci andava mai, che solo Rebecca frequentava i grandi.
E Anna era sempre un po’ infastidita da quella bambina che le pareva tanto viziata, non dalla madre che non c’era mai a casa e la lasciava anzi andare in giro con vestiti vecchi e sformati, come quel top violetto che ora che si stava sporgendo dal bancone le si vedevano i capezzoli piatti. Rebecca era invece viziata di sguardi e commenti, dai coetanei che le ronzavano sempre in giro ai padri di famiglia che se la immaginavano con qualche anno e curva in più, che Anna era sicura dei commenti che aveva sentito verso la bambina servendo qualche Amaro del Capo; e viziata dalla nonna, specialmente da lei, che se la baciava e ne parlava come fosse una di quei santini che si teneva sul comodino di legno. E la barista che tante di quelle volte si era trattenuta dal fare commenti.
“Ha finito con la media dell’otto, ma non è proprio brava ‘sta pupa?”
Che invece Anna che aveva un’amica bidella alla scuola elementare Giacomo Leopardi lo sapeva che Rebecca aveva passato con il sei sputato.
Ma Anna gestiva semplicemente il bar, e quello tante volte voleva dire solo star zitta e annuire.

A Rebecca piacevano tante cose, e sempre pensava che se avesse avuto soldi ne avrebbe fatte ancora di più. Che faceva sempre qualcosa, dormiva e mangiava poco, anzi, mangiava male, che la sua dieta consisteva da una solida percentuale di lecca lecca e caramelle alla frutta come quelle Goleador che metteva tra le labbra a fare linguacce, che risultavano paurosamente ammiccanti, a chi passava per il bar. Non leggeva molto – ma solo perché i pochi libri della libreria del salotto della nonna li aveva già letti tutti – e come i suoi amici non aveva soldi per il cinema, ma grazie allo smartphone scheggiato che le era stato regalato dallo zio guardava i video musicali su YouTube. La sua preferita era Rihanna, che cercava di emulare indossando quelle sneaker bianche e nere e portando dei cerchi dorati che aveva trovato nel carillon della nonna. Spesso pensava che da grande sarebbe voluta diventare una cantante, poi cambiava idea e voleva fare l’attrice, che quando piangeva dopo aver litigato con la madre si chiudeva in bagno e si guardava piangere, si studiava le increspature delle guance, e le smorfie della bocca, cercando di migliorarsi e rendersi più credibile. Delle volte poi si sentiva inspirata e pensava di voler diventare una politica, e s’immaginava ripresa da una telecamera per il notiziario delle otto di sera, lo sguardo verso una platea a decretare frasi del tipo “Che non è la via più semplice, ma è la via che dobbiamo affrontare” seguite da un’ondata di ovazione. Tutti questi pensieri le provocavano una dose di buon umore che le durava fino a quando non andava a letto, e fissando le stelle fluorescenti del soffitto si innervosiva perché non riusciva a prendere sonno.
E allora sgusciava fuori dalle coperte e raggiungeva la nonna al piano di sotto, che si era puntualmente addormentata sulla poltrona, le mani nodose sul grembo gonfio. Era vecchia, Rebecca lo notava le poche volte che faceva le scale per raggiungere il piano suo e di sua madre quando le serviva un po’ di origano o sale grosso.
“Mamma ti ho detto che le scale non le voglio che le fai…” le diceva la figlia Costanza, gli occhi parzialmente coperti dai lunghi capelli neri che cadevano a piombo lungo i lati del viso ovale e ingiallito.
“Eeh, mo’ non posso più nemmeno fà due scale” si arrabbiava sua madre, facendole un segno con le mani come a scacciare le mosche.
Rebecca quando trovava la nonna addormentata in poltrona la svegliava, sapeva che a lei non le dava fastidio.
“Passerotta, vieni qui” e il piccolo corpo della bambina trovava spazio sulle gambe secche dell’anziana, e si mettevano tutte e due a guardare puntate di Chi l’ha Visto fino a che Rebecca finalmente non si addormentava.

Ed era al bar quel giorno, a succhiare quello che era decisamente troppo rosa per essere un ghiacciolo all’anguria. Maurizio era seduto vicino al biliardino ma stava giocando con CandyCrush sull’Iphone. Rebecca non andava matta per i videogiochi ma le piacevano le belle foto che lui riusciva a farle con quel cellulare, e questo si aggiungeva ai motivi per cui si teneva Maurizio come amico. Ma in quel momento era con la sua Giada, di qualche anno più grande, per cui non lo degnava di uno sguardo. Giada dai capelli che riflettevano quello stesso nome, Rebecca non la considerava essere particolarmente sveglia. Ma abitavano vicine e si erano messe d’accordo quel pomeriggio come in altre occasioni per raggiungere insieme gli amici del parchetto. E Giada aveva prima voluto una bottiglietta di Estathé e le due bambine aveva fatto sosta al bar.
Era una di quelle giornate di Luglio dove quelli costretti a rimanere in città avevano compiuto la saggia decisione di non uscire e rimanere sotto l’aria condizionata, mentre i più fortunati erano al mare, che distava solo una decina di minuti senza traffico, cinque minuti con il motorino di Alessio che il padre gli aveva comprato quell’anno. Alessio era uno di quelli più ricchi la cui famiglia lo voleva mostrare abitando in una una delle villette adiacenti al parco, ed era anche per quello che tutti s’incontravano lì, per far finta di avere un po’ di soldi anche loro. Che tanto al padre di Alessio non fregava se il figlio si fumava le canne: avrebbe fatto di tutto per evitare di parlare con la moglie, la quale dato il suo esaurimento nervoso non si accorgeva di gran parte di quello che accadeva all’infuori del salotto e delle dinamiche tra le sue tre gatte.
Le due bambine erano ancora dentro al bar quando a Rebecca squillò  il cellulare. Che per i primi cinque secondi non si rese nemmeno conto fosse il suo, che solitamente aveva la modalità silenzioso. Quel giorno, chissà perché, l’aveva tolta.
Il display diceva Mamy.
“Mamma?” fece all’apparecchio.
“Bebe, tesoro, ciao. Dove sei?” si sentiva che era in macchina, Rebecca guardò l’orologio di plastica appeso al muro del bar, a quell’ora solitamente la madre era a lavoro, che il negozio di parrucchieri ad Acilia il sabato chiudeva alle venti.
“Mamma sono al bar. Perché?” Rebecca era infastidita all’ipotesi di dover annullare il suo pomeriggio al parco: quel giorno Alessio, come in tanti altri, l’avrebbe presa da parte dietro il muretto a lisciarle le gengive con la lingua al sapore di vigorsol.
“Dove vai, al parco?”
Rebecca era molto infastidita e anche un po’ sorpresa da tutte quelle domande che la madre di solito non le faceva.
“Si ma’ vado al parco, che è sto terzo grado?”
“Niente, vai tranquilla. Ti chiedo solo di non tornare a casa”
Non era la raro che la madre si assentasse da casa; era la prima volta che le chiedeva di non tornare.
“Che è successo?”
“Non tornare fino a quando te lo dico, punto” e questa volta Rebecca sentì lo sportello della macchina chiudersi.
E Rebecca era uscita fuori al bar, e da quella via poteva vedere il profilo del suo palazzo, se non fosse stata accecata dalla luce delle tre del pomeriggio forse sarebbe riuscita a vedere anche il balconcino con i panni stesi del primo piano suo e di sua madre, il giardinetto della nonna era invece ben coperto dalla schiera di pini marittimi che costeggiavano la strada.
Nonna…” mormorò a bocca stretta.
“Devo andare” fece a Giada che non ebbe il tempo di elaborare una risposta alla frettolosa corsa di Rebecca verso casa.
Aprì direttamente la porta di casa della nonna.
“Nonna! Mamma!” si mise a gridare per i corridoi.
La televisione era ancora accesa, il piatto sul tavolo di fronte parzialmente pieno di farfalle con mozzarella olive e capperi incollati tra di loro. Dei gemiti dal bagno.
“Nonna! Mamma!” ripeteva la bambina, non riuscendo a formulare altro, non fece in tempo a dischiudere la porta semichiusa che la madre, i capelli arruffati in testa e il top in viscosa macchiato di rosso, uscì dal bagno come una furia.
“Ti avevo detto di non venire!” le ringhiò contro.
“Mamma…” continuava a ripetere la bambina.
“Vai via Rebecca! Vai via!” le gridò ancora contro la donna.
E Rebecca scappò via, e invece di svoltare verso destra, verso il bar le Goleador e il parchetto, era andata verso sinistra, superando i bidoni dell’immondizia, diretta verso la parte ancora in costruzione del quartiere.
Non conosceva quelle strade nuove, ma non per questo decelerò il passo, camminava, camminava veloce, non correva perché non voleva alimentare il senso di nausea che le arrivava fino in gola. Sentì una sirena dell’ambulanza in lontananza.
Continuò a camminare fino a che case e negozi vennero sostituiti a piloni di cemento a sorreggere piani nudi, una casetta dell’agenzia immobiliare nel parcheggio vuoto. Rebecca aveva caldo e sete, il cuoio capelluto le faceva male tanto sole aveva preso. Rallentò il passo, continuando per una strada larga che andava nascondendosi in una grande curva. I pensieri le correvano rapidi, quasi lì sentiva sotto la pelle della fronte che grondava di sudore. Aggrottò la fronte, a spremerli via.
Ad un certo punto, una sagoma si stagliò in lontananza sul marciapiede, camminava verso la di lei. Doveva essere una donna, con i capelli corti e arruffati, vestita in maniera abbastanza mascolina con dei jeans lunghi e una t-shirt anonima. Rebecca iniziò a rallentare involontariamente. Anche se la strada era vuota sarebbe stato troppo pericoloso attraversarla, la curva nascondeva la visione di macchine in arrivo. Alla sua destra, sterpaglia secca si innalzava in una collina ripida, difficile da scalare. Quel senso di ansia, insieme a quella necessità di cercare una via di fuga le erano salite involontariamente, prima che il cervello avesse realizzato cos’era che la intimoriva, in quella figura che si avvicinava: le cesoie che teneva in mano destra. La donna camminava a sguardo fisso, non aveva alcuna borsa dove riporre l’arnese che sfoggiava senza alcuna remora, le braccia lunghe anzi ondeggiavano lungo il corpo filiforme. Rebecca continuò a rallentare, andava così piano che era quasi ferma ora; tirò fuori il cellulare dagli shorts sfilacciati e lo sbloccò continuando a tenere il suo campo visivo sul marciapiede. La donna si avvicinava sempre di più, ora era ad una decina di metri da lei, e procedeva a passi scomposti, trascinando le Crocs rumorosamente sull’asfalto, lo sguardo di fronte a lei verso la bambina, senza almeno fingere di guardare altrove come gli sconosciuti che si trovano l’uno di fronte all’altro solitamente fanno.
Rebecca conosceva molto bene le sezioni di cronaca nera dei telegiornali grazie alla nonna, erano i suoi programmi preferiti insieme alle repliche di Orgoglio. Una matta scappata dal manicomio che con un paio di cesoie aveva assassinato una bambina nelle periferie romane, le pareva una trama totalmente plausibile.
Nonna…
E pensandola, Rebecca si arrabbiò, tirò  fuori la rabbia e la confusione di quell’ultima mezz’ora. Come si permetteva quella donna a metterle paura? Non sapeva che lei ora stava soffrendo? Perché non la lasciava in pace? E mentre la donna si avvicinava sempre di più, procedendo come un automa, Rebecca prese a camminare più velocemente, sfidandola, nella sua direzione.
Vieni pure. Prova ad ammazzarmi se vuoi. Sei stupida, a pensare che sarà semplice. Che non mi ribellerò.
Mentre Rebecca pensava, se non direttamente, almeno la sensazione di questi pensieri, si avvicinava sempre di più alla donna, ora le poteva vedere meglio gli abiti, un po’ sporchi sulle ginocchia, di terra, e gli occhi, che Rebecca non aveva più remore nel guardare a sua volta, in realtà non erano rivolti verso la bambina ma lontano, una linea dell’orizzonte che Rebecca non era ben sicura di poter rintracciare.
E si fece sempre più vicina che si potevano sentirne i respiri, quando i suoi, di Rebecca, erano assenti, tratteneva il fiato mentre la donna le passò accanto, e prima di sparire completamente dal suo campo visivo, le mormorò un “buonasera” con uno dei sorrisi più tristi che la bambina avesse mai visto: saluto al quale non fu capace di rispondere.
Sentì la donna allontanarsi dietro di lei, i suoi passi erano ancora troppo forti prima che Rebecca fosse capace di sentire il suo respiro, il suo affanno, accompagnato dall’intenso pulsare del battito cardiaco dentro le orecchie, che la rendeva un po’ instabile, incapace di continuare a camminare in linea retta. Si voltò a guardarla solo dopo almeno trenta secondi buoni: la donna era sparita oltre la curva, il frinire delle cicale era di nuovo l’unico rumore.
Fu forse la prima volta in cui Rebecca coscientemente provò gratitudine per essere viva.
Continuò a camminare ancora un po’, non voleva tornare indietro con la possibilità di incontrare nuovamente la donna. Controllò nuovamente il cellulare: nessuno, nemmeno Alessio, l’aveva cercata. Si domandò se la nonna e la madre fossero già in ospedale. Ad un certo punto incontrò un elemento insolito sul marciapiede, che poco assomigliava a un bidone dell’immondizia o una cassetta del gas. Era una composizione floreale, o meglio, due o tre bouquet e qualche peluche appoggiati su una croce e una foto, di un ragazzo, che avrà avuto una ventina d’anni, a Rebecca sembrava anche familiare.
Si fermò davanti a quel piccolo memoriale. Nonostante le sterpaglie del prato attorno, la zona attorno alla croce era perfettamente rasata.

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The tuna loaf

It was the only time we ate mayonnaise. That jar in the remotest corner of the fridge flanked by salty capers, the creamy texture yellowed and hardened around the brim. Finally, it seemed to exhale when my mother took it out.
My nose right up over the table, peering over the wood surface, because there was no odor anticipating it, only the bzzz of the kitchen robot that had called me from my bedroom. Because its smell was so muffled, like it was the beige of its color, like it was the white cloth, boiled, which covered it, hiding it until a vapor cloud, like a breath of relief, came out from the corners that the fingers of my mother gently unfolded.
“Are you making the tuna loaf?” I then asked her almost in one breath.
And she nodded without too much enthusiasm, her dry hair fixed on the scalp, her eyes didn’t meet me, I was not sure if they even looked at the metal blades blending the mixture.
And I started running through the corridors, brimful of joy, because in the end, what more exciting can a seven-year-old girl expect from a Sunday afternoon?
We sat around the table at nine, nine and a half, always too late, we had already allowed those stupid evening entertainment programs to flood us with commonplaces.
“Don’t you eat?” To my mother, the red fire of the cigarette drag was the only signal proving me she was in the balcony wrapped in darkness.
“Mom eats after” she murmured.
My rounded knife plucked the mayonnaise’s thick surface to pick up a generous portion, flickering during the delicate journey to my plate, then I dropped it with a plop on the tuna loaf slice, without worrying about spreading it. The fork sectioned the thick surface of the slice into bows-shaped pieces, forking them as to not dropping the pale yellow dressing for any reason. Then I made each one plane into my mouth, the tuna loaf was still warm and it blended together with the greasy mayonnaise, almost no chewing was needed, they descended perfectly jointed to the bottom of my throat. Pure ten minutes of ecstasy, the speed at which I ended up my plate.
Then one day my mother lent the kitchen robot to my grandmother. She never brought it back.
“I’m sorry, but that blade did not turn very well already when you gave it to me…”
And there were the bills and the car’s battery that were more expensive and the tuna loaf was never made again.
“Cause mum need the big machine to prepare it”
I asked her so many times, I did not want to give up. But no, without the kitchen robot was really impossible.
And the mayonnaise expired, and we threw it away. Mom and dad divorced. And I took my degree and left home and country.
In Belgium they put mayonnaise everywhere.

We eat with auntie and Marty tomorrow when you arrive
Last seen at 17:45.
At 18:39:
Can you prepare the tuna loaf?
Seen without reply.

Rome is warm, tremendously hot, I am steamed in the long jeans and gray sweatshirt, this morning in Brussels there were seventeen degrees. But my mother is beautiful, her shiny hair picked up with an elegant slide, her eyes skirted by a graceful green emerald.
I place my luggage in the boot.
“What are your programs for the afternoon?” She asks.
“Studying, actually. Yours?”
“I have to cook for tonight”
“What do you make in the end?”
“The tuna loaf, as you asked me”
And at dinner, my mother turns to me, shaking slightly the piece of loaf, “That’s really tasty. I do not have the kitchen robot but I used the mixer instead, and it came good the same, didn’t it? ”
But I can just nod only, my mouth is too busy in chewing the loaf and the mayonnaise that finally had met again.

Il polpettone

Era l’unica occasione in cui mangiavamo maionese. Quel barattolo nell’angolo più remoto del frigo affiancato dai capperi sotto sale, la consistenza cremosa attorno al bordo ingiallita e indurita. Finalmente, sembrava dire quando mia madre lo tirava fuori.
Il mio naso giusto fino a sopra il tavolo, a curiosare sulla superficie legno, che non c’era odore che me l’anticipasse, solo il bzzz continuo del robot da cucina che mi aveva richiamata dalla camera da letto. Che era così ovattato il suo odore, come il beige del colore, come il bianco del panno, bollito, che lo ricopriva, lo nascondeva finché una nuvoletta di vapore, come un respiro di sollievo, usciva dagli angoli che le dita di mia madre delicatamente snodavano.
“Stai facendo il polpettone di tonno?” le chiedevo quasi d’un fiato.
E lei che annuiva senza troppo entusiasmo, i capelli secchi, fissi, immobili sulla testa, gli occhi che non m’incontravano, non so bene se guardassero tantomeno le pale metalliche che mischiavano il composto.
E io che prendevo a correre per i corridoi, colma di gioia, perché in fondo, cosa si può aspettare di più eccitante da un pomeriggio di domenica una bambina di sette anni?
Ci sedevamo alle nove, nove e mezza, sempre troppo tardi, avevamo già permesso a quegli stupidi programmi d’intrattenimento serali di inondarci di luoghi comuni.
“Tu non mangi?” a mia madre, il rosso fuoco del tiro della sigaretta era l’unico segnale a darmi prova che fosse nel balcone avvolto dall’oscurità.
“Mamma mangia dopo” mormorava.
Il mio coltello senza lame trafiggeva la superficie spessa della maionese a raccoglierne una porzione generosa, che tremolava nel delicato tragitto verso il mio piatto, quando la facevo cadere poi con un plop sul polpettone, senza preoccuparmi di spalmarla. La forchetta a sezionare la superficie della fetta spessa, in pezzi a forma di archi, infilzati facendo attenzione a non far cadere la salsa giallo pallido per nessun motivo. Ne facevo planare ognuno in bocca, il polpettone ancora caldo si fondeva alla cremosità della maionese, quasi che non c’era bisogno di masticare, discendevano perfettamente insieme in fondo alla gola. Puri dieci minuti di estasi, la velocità in cui terminavo il mio piatto.
Poi un giorno mia madre prestò il robot da cucina a nonna. Non lo riportò mai più indietro.
“Mi dispiace, ma quella lama non girava già bene quando me l’hai dato…”
E c’erano le bollette e la batteria della macchina che erano più costosi e il polpettone di tonno non si fece mai più.
“Che a mamma serve quell’apparecchio grande per prepararvelo”
Glielo richiesi tante volte, non mi arresi. Ma no, senza il robot non si poteva proprio più fare.
E la maionese scadde, e la buttammo. Mamma e papà divorziarono. E io presi la laurea e me ne andai via di casa e di paese.
In Belgio la maionese la mettono ovunque.

Ceniamo con Zia e Marti domani quando arrivi
Ultimo accesso alle 17:45.
Alle 18:39:
Mi fai il polpettone di tonno?
Visualizzato senza risposta.

Roma è calda, bollente, sono cotta al vapore dentro i jeans lunghi e la felpa grigia, che stamattina a Bruxelles facevano diciassette gradi. Ma mia madre è bella, i capelli lucidi raccolti con un fermaglio elegante, gli occhi costeggiati da un delizioso verde smeraldo.
Sistemiamo i miei bagagli in macchina.
“Che programmi hai per il pomeriggio?” mi chiede.
“Studiare, in realtà. Tu?”
“Devo finire di cucinare per stasera”
“Che hai fatto alla fine?”
“Il polpettone di tonno, come mi avevi chiesto tu”
E a tavola, mia madre si volta verso di me, scuotendo leggermente il pezzo di sformato, “Che è proprio venuto bene. Non ho il robot da cucina ma ho usato il minipimer, ed è venuto buono lo stesso, no?”
E mentre lo sformato e la maionese si rincontrano dentro la mia bocca, annuisco solamente, e la guardo, a mia madre, non sicura se se ne renda conto che la guardo con orgoglio.