Il polpettone

Era l’unica occasione in cui mangiavamo maionese. Quel barattolo nell’angolo più remoto del frigo affiancato dai capperi sotto sale, la consistenza cremosa attorno al bordo ingiallita e indurita. Finalmente, sembrava dire quando mia madre lo tirava fuori.
Il mio naso giusto fino a sopra il tavolo, a curiosare sulla superficie legno, che non c’era odore che me l’anticipasse, solo il bzzz continuo del robot da cucina che mi aveva richiamata dalla camera da letto. Che era così ovattato il suo odore, come il beige del colore, come il bianco del panno, bollito, che lo ricopriva, lo nascondeva finché una nuvoletta di vapore, come un respiro di sollievo, usciva dagli angoli che le dita di mia madre delicatamente snodavano.
“Stai facendo il polpettone di tonno?” le chiedevo quasi d’un fiato.
E lei che annuiva senza troppo entusiasmo, i capelli secchi, fissi, immobili sulla testa, gli occhi che non m’incontravano, non so bene se guardassero tantomeno le pale metalliche che mischiavano il composto.
E io che prendevo a correre per i corridoi, colma di gioia, perché in fondo, cosa si può aspettare di più eccitante da un pomeriggio di domenica una bambina di sette anni?
Ci sedevamo alle nove, nove e mezza, sempre troppo tardi, avevamo già permesso a quegli stupidi programmi d’intrattenimento serali di inondarci di luoghi comuni.
“Tu non mangi?” a mia madre, il rosso fuoco del tiro della sigaretta era l’unico segnale a darmi prova che fosse nel balcone avvolto dall’oscurità.
“Mamma mangia dopo” mormorava.
Il mio coltello senza lame trafiggeva la superficie spessa della maionese a raccoglierne una porzione generosa, che tremolava nel delicato tragitto verso il mio piatto, quando la facevo cadere poi con un plop sul polpettone, senza preoccuparmi di spalmarla. La forchetta a sezionare la superficie della fetta spessa, in pezzi a forma di archi, infilzati facendo attenzione a non far cadere la salsa giallo pallido per nessun motivo. Ne facevo planare ognuno in bocca, il polpettone ancora caldo si fondeva alla cremosità della maionese, quasi che non c’era bisogno di masticare, discendevano perfettamente insieme in fondo alla gola. Puri dieci minuti di estasi, la velocità in cui terminavo il mio piatto.
Poi un giorno mia madre prestò il robot da cucina a nonna. Non lo riportò mai più indietro.
“Mi dispiace, ma quella lama non girava già bene quando me l’hai dato…”
E c’erano le bollette e la batteria della macchina che erano più costosi e il polpettone di tonno non si fece mai più.
“Che a mamma serve quell’apparecchio grande per prepararvelo”
Glielo richiesi tante volte, non mi arresi. Ma no, senza il robot non si poteva proprio più fare.
E la maionese scadde, e la buttammo. Mamma e papà divorziarono. E io presi la laurea e me ne andai via di casa e di paese.
In Belgio la maionese la mettono ovunque.

Ceniamo con Zia e Marti domani quando arrivi
Ultimo accesso alle 17:45.
Alle 18:39:
Mi fai il polpettone di tonno?
Visualizzato senza risposta.

Roma è calda, bollente, sono cotta al vapore dentro i jeans lunghi e la felpa grigia, che stamattina a Bruxelles facevano diciassette gradi. Ma mia madre è bella, i capelli lucidi raccolti con un fermaglio elegante, gli occhi costeggiati da un delizioso verde smeraldo.
Sistemiamo i miei bagagli in macchina.
“Che programmi hai per il pomeriggio?” mi chiede.
“Studiare, in realtà. Tu?”
“Devo finire di cucinare per stasera”
“Che hai fatto alla fine?”
“Il polpettone di tonno, come mi avevi chiesto tu”
E a tavola, mia madre si volta verso di me, scuotendo leggermente il pezzo di sformato, “Che è proprio venuto bene. Non ho il robot da cucina ma ho usato il minipimer, ed è venuto buono lo stesso, no?”
E mentre lo sformato e la maionese si rincontrano dentro la mia bocca, annuisco solamente, e la guardo, a mia madre, non sicura se se ne renda conto che la guardo con orgoglio.

 

 

 

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