Quindici anni or sono, le mie prime poesie

Non sarò una scrittrice affermata (per il momento…) ma posso sicuramente dichiarare di averci provato a lungo. Uno dei ricordi che tuttora porto vividamente dei miei otto anni di età è di quella volta che era di una di quelle idiote giornate di Marzo, quando a Roma incomincia a piovere e fa “ancora fresco” fino a che non arriva Maggio e i venti gradi di minima fissi fino ad Ottobre. Mi ricordo la prospettiva della strada dove abitavo con i miei genitori, e che pensavo che davvero quel tempo faceva schifo e non mi piaceva proprio per niente. “Niente”, quella parola rifletteva cosi’ bene il cielo grigio e la noia pre-primaverile che appena arrivata a scuola impugnai la penna e ci scrissi un poema, sul niente. Banalmente ogni fine paragrafo rimava con quella parola, ma la poesia era intensa per me: e ci credo ora, per come invidio ogni bambino, me stessa anni fa, provare emozioni fortissime anche su delle cose cosi’ blande come il cielo grigio, Marzo, il cemento bagnato. Tutta contenta, portai il poema alla cattedra della maestra e lei lo lesse per una manciata di secondi, poi sbatté il foglio sulla cattedra e mi rimprovero’ indignata: “Claudia, ma cosa hai scritto?!”
Come mi fece gentilmente notare quella povera donna che solo due anni dopo sarebbe andata in pensione, avevo scritto “niente” con la “g” all’inizio: gnente.  Almeno avevo risparmiato la i. Non me ne n’ero assolutamente accorta sul momento, e chissà che i miei geni romanacci non avessero approfittato di un vuoto del mio conscio per farsi burla di me. Ma io appunto avevo otto anni e quando mi accorsi dell’errore, sul momento volevo sprofondare fino al centro della Terra e mai più ritornare.
Episodio infelice, ma a rivederlo a distanza di anni, posso solo che affermare con dolcezza che la mia volontà, chiamiamola frenesia, di esprimere un’idea aveva prevalso sulla forma (e non è la prima volta che parlo dei miei problemi di comunicazione…) e non posso che sorridere al pensiero ora. Tale episodio mi ha lungi dal fermata dal comporre altre poesie: quella di cui ho appena parlato non era la prima, e non è stata l’ultima in cui mi sono cimentata di mia sponte nella mia infanzia. Qualche tempo fa, mia madre ha infatti riportato alla luce delle poesie da me composte attorno ai dieci anni, che lei aveva trascritto in Word e stampato (in COMIC SANS…), che mi ha poi portato in una cartellina trasparente una volta venutami a trovare qui in Belgio dove vivo. Ve ne risparmio alcune, tra le quali una molto ridondante sulla luna che per qualche motivo “s’imbatte” sul mare, una che non è altro che una tediosa, oblunga descrizione di una mattina di finalmente primavera quando un pettirosso mi fece visita mentre facevo colazione, un’altra da cui indicai esplicitamente lo spunto preso da una conversazione con una suora (e non una qualunque, una che era stata benedetta da Madre Teresa di Calcutta…). Qui di seguito quattro brevi poesie tutte risalenti al 2002, quindi tra i miei otto e i nove anni di età. Scusate, da come l’ho scritto sembra che me ne stia vantando. A voi pensarlo giustificato o meno.

La prima poesia la si può vedere secondo due prospettive: una è di considerarla una smielata illeggibile; un’altra è di contestualizzarla ad una bambina di nove anni e che pero’, mica male come immaginazione:

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La seconda poesia è…triste. Questo secondo ogni prospettiva. O meglio, non voglio fare la semplicista e ridurla alla prima parola importante che il primo verso cita, e difatti ad una seconda lettura ci si rende subito conto che è una poesia che parla di forza, invece che di debolezza; di rivincita, invece che di sconfitta:

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La prossima poesia…ha davvero bisogno di descrizione? Come giustificazione, posso dire di essere sempre stata una bambina eccentrica. E da adulta, nel caso non mi conosciate, potete immaginarmi bene dopo aver letto questo. Come se non bastasse è tutta in maiuscolo. Ribadisco: COMIC SANS MAIUSCOLO. Mamma.

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Ok, siamo arrivati all’ultima poesia. Ho voluto concludere con la più allegra composizione della mia infanzia fino a questo momento. E’ insolita, parla di una filastrocca, un qualcosa a cui penserei solamente sotto il periodo di carnevale. Ma forse alle elementari si parla di filastrocche più spesso di quanto io ricordi. E’ particolarmente derisoria, ad una seconda lettura: ma allo stesso tempo, è veramente tanto veritiera. In fondo non bisogna avere paura di dire la verità.

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E davvero, le filastrocche sono stupide.

Concludo confermando che si’, ho preferito fare le foto ai fogli che trascrivere le poesie, a testimoniare la scelta spero inconsapevole di mia madre per tale font.

Nel caso vi stiate inoltre chiedendo cosa c’è che non va con i miei accenti, date una riletta qui.

Ce ne sarebbe un’altra, di poesia che vorrei condividere…ma la lascerei al prossimo post. Non vedete l’ora eh?

It’s all for now

Hungerness

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