Pavimento

Ho bisogno di sedermi. Ma a terra, sul pavimento.

Sedersi a terra rende immediatamente tutto così genuino, così più vero, d’altronde siamo con i piedi a terra quando siamo delle persone oneste, e forse perché la terra è il luogo a cui dobbiamo ritornare assieme alla polvere quando moriamo, e quando sono sul pavimento sono vera e onesta come quando ero da bambina, che a terra mi ci si sedevo perché forse mi era più vicina al petto.

Ma sedersi sul pavimento era trasgressione se alla fermata del treno, “è sporco!” mi diceva mia madre e potevo sedermi solo al sicuro della mia stanza, circondata dai giochi e la televisione e le biglie e le Barbie per terra, anche se la vedevo tutta la polvere sotto il letto e le travi del pavimento mancanti e i fili aggrovigliati attorno alla presa elettrica, ma in fondo la mia casa aveva mura angoli soffitti scrivanie e pavimenti al contrario di quella canzone che mi rendeva tanto triste mentre parlava di una casa bella davvero, ma forse a tali questioni non davo molto peso a quell’età – quale età?

E ora quando mi siedo a terra lo faccio delicatamente, con lo stesso timore che possa essere sgridata, anche se la polvere l’ho aspirata con foga ieri notte fino alle due e la Barbie è quella che voglio replicare sul mio corpo così che anche stasera la cena ha lasciato il posto ad un’intera bottiglia di Nero d’Avola e ora ho paura di cadere a terra come il pavimento fosse cosparso di biglie, e le voci le sento in testa come fosse sintonizzata su un canale che non ho voglia di seguire.

Cosi’ che mi siedo sul pavimento.

Come se fossi una bambina, almeno per un po’.

Sono (in aereo)

La crema che massaggia le mie mani, piano, il microcircolo ritrova pace, le vene blu riaffiorano al di sotto come innalzate da spuma, forse sono una creatura extraterrestre ora, forse ho acquisito superpoteri volando a mille metri dal suolo…ora che sono la nuvola che questo Boeing 737 attraversa,

sono il riverbero della luna sulla sua ala, sono il continente di cui ho nostalgia, sono la casa al mare di mia zia, sono l’odore del caffè della colazione intercontinentale, sono la mano del mio ragazzo che mi stringe sotto il lenzuolo, sono la carta carbone con cui copio la firma di mia madre sul libretto, sono la pagina del diario che finisce e quella seguente che non so sia scritta, sono la scarpa nuova e il cinturino che brucia la caviglia, sono la consistenza gommosa della mozzarella sulla pizza a colazione, sono il manichino nel negozio che ho scambiato per un essere umano, sono gli occhi che si chiudono quando leggo per addormentarmi, sono la cera sciolta quando soffio sulla candela, sono la penna biro ancora piena che ha smesso di scrivere, sono ovunque, sono immortale,

sono nulla,

sono.

Estate.

Le riviste di moda che mai ti sembravano cosi’ bianche prima, con quel rumore croccante di quando i granelli di sabbia finiscono tra le pagine. La pesca calda dentro il Tupperware che ancora sa di sale al primo morso dopo il bagno. L’odore del barbecue che invidi passando davanti alle famiglie che strillano e cuociono salsicce in giardino. Il mare del mattino che è freddo sulle cosce, tenti di evitarne l’onda con un piccolo salto; ma potresti farci caso che i polpacci si sono già abituati alla temperatura dell’acqua. E quando è sera che per l’ultimo tuffo il sole basso non ti fa vedere altro che le ombre dei bagnanti; assieme ai colori anche le voci si ovattano, si confondono.

Ed è un omogeneo tutto, quell’estate.

Il polpettone

Era l’unica occasione in cui mangiavamo maionese. Quel barattolo nell’angolo più remoto del frigo affiancato dai capperi sotto sale, la consistenza cremosa attorno al bordo, ingiallita e indurita. Finalmente, sembrava dire quando mia madre lo tirava fuori.

Il mio naso giusto fino a sopra il tavolo, a curiosare sulla superficie di legno. Ero stata richiamata in cucina dal bzzz continuo del motore per l’impasto che mi aveva raggiunta fino alla camera da letto.

Perché era così ovattato il suo odore, come il beige del colore, come il bianco del panno, bollito, che lo ricopriva: lo nascondeva finché una nuvoletta di vapore, come un respiro di sollievo, usciva dagli angoli che le dita di mia madre delicatamente snodavano.

«Stai facendo il polpettone di tonno?» le chiedevo quasi d’un fiato.

E lei che annuiva senza troppo entusiasmo, i capelli secchi, fissi, immobili sulla testa, gli occhi che non m’incontravano, non so bene se guardassero tantomeno le pale metalliche che mischiavano il composto.

E io che prendevo a correre per i corridoi, colma di gioia, perché in fondo, cos’altro si può aspettare di più eccitante da un pomeriggio di domenica una bambina di sette anni?

Ci sedevamo alle nove, nove e mezza, sempre troppo tardi, avevamo già permesso a quegli stupidi programmi d’intrattenimento di inondarci di luoghi comuni.

Per fortuna c’era il polpettone di tonno.

Il mio coltello senza lame trafiggeva la superficie spessa della maionese a raccoglierne una porzione generosa, che tremolava nel delicato tragitto verso il mio piatto, quando la facevo cadere poi con un plop sul polpettone, senza preoccuparmi di spalmarla. La forchetta a sezionare la fetta in archi, infilzati, un nuovo tragitto verso la mia bocca affamata, attenta a non far cadere la salsa giallo pallido per nessun motivo. Il polpettone ancora caldo e la maionese si fondevano sulla mia lingua, creando velocemente un malloppo che quasi che non aveva bisogno di essere masticato, calava lentamente in fondo alla gola.

Dieci minuti, la velocità in cui terminavo il mio piatto: ma di pura estasi.

Guardavo mia sorella mangiare: i posti dei miei genitori, vuoti entrambi.

«Tu non mangi?» a mia madre, il rosso fuoco del tiro della sigaretta era l’unico segnale a darmi prova che fosse nel balcone avvolto dall’oscurità.

«Mamma mangia dopo» mormorava.

 

Poi venne un giorno in cui mia madre prestò il robot da cucina a nonna. La quale non lo riportò mai più indietro.

«Mi dispiace, ma quella lama non girava già bene quando me l’hai dato…».

E c’erano le bollette e la batteria della macchina che erano più costosi, il robot da cucina non fu rimpiazzato: e il polpettone di tonno non si fece mai più.

La maionese scadde, e la buttammo. Mamma e papà divorziarono. E io presi la laurea e me ne andai via di casa e di paese.

In Belgio la maionese la mettono ovunque.

 

Ogni volta che torno Roma d’estate mi sorprendo di quanto sia calda, bollente, mi sento cotta al vapore dentro i jeans lunghi e la felpa grigia. È Luglio, ma stamattina a Bruxelles facevano quindici gradi.

Mia madre è bellissima, i capelli lucidi raccolti con un fermaglio elegante, gli occhi costeggiati da un delizioso verde smeraldo.

Sistemiamo i miei bagagli in macchina e mi chiede dei miei programmi per il pomeriggio. Non posso non voltarmi con stupore quando mi dice che il suo è di cucinare il polpettone di tonno.

«Come ve lo facevo da piccole».

A tavola, siamo solo io e lei. Ma le mensole sono piene dei suoi artefatti, hobby ripreso negli ultimi anni. La tv è spenta.

La maionese la scanso un po’, questa volta. Ma con un solo morso, sono trascinata indietro agli stessi sapori di quasi vent’anni fa.

Mia madre indica la sua forchetta piena:

«Buono vero? Ho usato il minipimer anziché il robot da cucina ed è venuto bene lo stesso…» Ma sono occupata a far rincontrare lo sformato e la maionese dentro la mia bocca, quindi annuisco solamente.

La guardo, a mia madre, non sicura se ne renda conto che la guardo con orgoglio.

 

Numero 27

Era tutto pronto.
I fiumi erano pieni, gli uccelli avevano acquistato volo e canto, e i fiori i loro colori. L’alba svegliava e il tramonto assopiva, la luna aveva sbriciolato le proprie stelle nella notte.
Pareva tutto pronto, pareva…
“Guarda che occhiaie!” gemette Natura allo specchio, accarezzandosi il volto. “Non mi possono vedere così!”
Natura era preoccupata del suo aspetto come una quindicenne al primo appuntamento. E il mondo, tutto il mondo, la aspettava fuori.
“Non posso farmi vedere in questo stato! Dopo tutte queste bellezze che ho creato, possono pensare che ci sia una donna così brutta e stanca a capo di ciò?”
Ma la stanza era vuota, e le sue lamentele non trovavano risposta. Convocò Poesia.
“Poesia, ti prego, aiutami. Gli uomini vogliono conoscermi, ma io non sono ancora pronta…”
Poesia non esitò.
“Non ti preoccupare Natura, ci penserò io ad intrattenerli per un po’.”
“Come farai?” Chiese Natura.
“Mi insinuerò nel tuo creato, e appagherò la loro immaginazione di pensieri dolci e delicati, o brutali e scossi, perché è così che son belle le cose, Natura, come lo sei tu”.
E Poesia era segretamente innamorata di Natura…
E riuscì così bene nel suo compito che per anni, secoli, millenni, gli uomini riempirono libri e dipinti delle più fantasiose immagini, di bighe del mattino e di mostri degli inferi, per immaginare come Natura potesse essere raffigurata.
Ed erano delle rappresentazioni così belle, uniche, preziose, che Natura non sentì mai il bisogno di uscire e rivelarsi.

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Numero 26

Come se non corressi da cent’anni.

Come se ci fosse solo sabbia sotto le unghie, sabbia attorno alle palpebre. Come se non sentissi più la sete tanta l’abitudine di affondare in mare.

Come non ci fosse altro rumore che il ronzio, altro gusto che il neutro. Come se non vedessi più luce e colori. Come vivere di apatia.

Prendi un barlume, spalmalo sul petto.

Balla e brucia sotto il sole.

Tendi le mani, allontana le prese.

Solo ora i denti arrivano al midollo.

Numero 24

Mi guardo allo specchio per vedermi. Proiettarmi nel mondo, realizzare che sono viva. Che non sono solo presente nel mio ricordo in una stanza affollata, che tutte le facce, che tutte le altre persone sono come me, sono io, mentre si guardano allo specchio.

Numero 19

Oggi è una giornata così bella che ti porterei a palazzo Barberini, e dopo la salita finiremmo di sudare sotto la quercia e sotto l’acqua della fontana.
E’ così bella che ti porterei su quel ponte a Roma Nord che da su un vicolo cieco, su una chiesa abbandonata e su un parcheggio.
E’ così bella che ti porterei alle osterie di Testaccio, mi farei prendere in giro per la mia verdura nel piatto, ci sfioreremmo le ginocchia di proposito sotto il tavolo.
E’ così bella che ti porterei a Ostia Antica e ci scaveremmo le mani e osserveremo i mosaici, e ci ritaglieremmo del tempo per tuffarci in mare.
E’ così bella che compreremmo la birra al discount, ruberemmo un paio di arance nel giardino dell’Aventino, e ne lasceremmo essiccare la buccia sulla pelle.
E’ così bella che ti guarderei per ore sdraiati sul letto, e mi assicurerei di tenerti forte la mano, prima di chiudere gli occhi.

Numero 13

In una notte ci fu il giorno.
Era quella notte in cui non avevo più paura, in cui il tempo era sempre poco.
Era giorno e le paline giocavano con i numeri mentre io mi portavo lo zaino su un fianco.
Per gli sguardi di una zingara che mi bucavano la borsa, la proteggevo con le mani.

E leggevo i ritorni alla terra, dei vigneti e delle capre.
Avevo disdegnato i miei dittatori quando mi ordinavano di essere libera.
Volevo i boschi, volevo l’autocrazia della foglia morta,
che raggiungendo il suolo crea la sua tomba.

E non immaginavo ci fossero campi da battaglia ancora in vita;
si svelò una calamita che attirava ogni ago del mio epidermide.
Una rinuncia e uno zaino da qualche moneta.
E tutto diventò una cornice senza tela.

Di solito

Di solito non sono incline a riportare esperienze così come le ho vissute. Ma credo che per questo post farò un’eccezione, e la motivazione mi sembra più che valida.

Ieri mi sono vista con una mia carissima amica con cui ho un rapporto saltuario – tra università e giri di amici diversi è difficile incontrarsi. Ci conosciamo da una vita, da quando avevo 10 anni; ne sono passati quindi 11. Il piccolo locale dove siamo andate ci regalava musica  reggae che però non ci ispirava, qualche salto in pista ed eravamo di nuovo fuori a bere birra e a lasciarci ipnotizzare dai murales a righe.

Come al solito, abbiamo parlato di ragazzi.

Per discrezione chiamerò questa mia amica Effe. Effe con i suoi occhi grandi piantati su un muso da leonessa. Leonessa come l’ho sempre vista: forte, inscalfibile, sì che poi tutti gli ossi duri hanno l’interno morbido. Ma lei mi era sempre sembrata che lo nascondesse molto bene.
Invece ieri sera era fragile, davvero. Mi chiedeva, senza usare punti di domanda, quante persone fosse consentito amare, come capire chi amasse davvero, dove dovesse andare il suo amore. Le sue mani afferravano timidamente l’aria, anche quella le sfuggiva.
Non mi guardava quando confessava. Mi rubava via le parole con lo sguardo quando ero io a parlare.
E la frase che più l’ha colpita:
“E’ normale”.
“E’ normale?” e a malapena colsi l’intonazione della domanda tanto le tremava la voce.
Sì Effe, è normale.
Non mi piace usare questa parola e forse lo sai, ma quello che mi dici è stramaledettamente normale.
Mettiamola così: nessuno di noi prova sentimenti unici, altrimenti non avremmo un vocabolario comune, no? Ma forse questa è un’altra storia.
Io dico che è normale avere poco più di vent’anni e tanto amore da dare. Amare e sentirsi amate. Per questo, mi dispiace, ma hai trovato la persona meno adatta che possa rispondere ai tuoi dubbi.
Però per la prima volta ti ho vista come me. Ci capivamo nei nostri se e ma. E per me è stato bello.

Ed erano le 3 del mattino quando tornavamo verso casa e la macchina si fondeva con l’asfalto. Ed Effe se ne uscì così.
“E’ proprio bella la vita”.
E solo questa è stata la nostra certezza più assoluta.