Di solito

Di solito non sono incline a riportare esperienze così come le ho vissute. Ma credo che per questo post farò un’eccezione, e la motivazione mi sembra più che valida.

Ieri mi sono vista con una mia carissima amica con cui ho un rapporto saltuario – tra università e giri di amici diversi è difficile incontrarsi. Ci conosciamo da una vita, da quando avevo 10 anni; ne sono passati quindi 11. Il piccolo locale dove siamo andate ci regalava musica  reggae che però non ci ispirava, qualche salto in pista ed eravamo di nuovo fuori a bere birra e a lasciarci ipnotizzare dai murales a righe.

Come al solito, abbiamo parlato di ragazzi.

Per discrezione chiamerò questa mia amica Effe. Effe con i suoi occhi grandi piantati su un muso da leonessa. Leonessa come l’ho sempre vista: forte, inscalfibile, sì che poi tutti gli ossi duri hanno l’interno morbido. Ma lei mi era sempre sembrata che lo nascondesse molto bene.
Invece ieri sera era fragile, davvero. Mi chiedeva, senza usare punti di domanda, quante persone fosse consentito amare, come capire chi amasse davvero, dove dovesse andare il suo amore. Le sue mani afferravano timidamente l’aria, anche quella le sfuggiva.
Non mi guardava quando confessava. Mi rubava via le parole con lo sguardo quando ero io a parlare.
E la frase che più l’ha colpita:
“E’ normale”.
“E’ normale?” e a malapena colsi l’intonazione della domanda tanto le tremava la voce.
Sì Effe, è normale.
Non mi piace usare questa parola e forse lo sai, ma quello che mi dici è stramaledettamente normale.
Mettiamola così: nessuno di noi prova sentimenti unici, altrimenti non avremmo un vocabolario comune, no? Ma forse questa è un’altra storia.
Io dico che è normale avere poco più di vent’anni e tanto amore da dare. Amare e sentirsi amate. Per questo, mi dispiace, ma hai trovato la persona meno adatta che possa rispondere ai tuoi dubbi.
Però per la prima volta ti ho vista come me. Ci capivamo nei nostri se e ma. E per me è stato bello.

Ed erano le 3 del mattino quando tornavamo verso casa e la macchina si fondeva con l’asfalto. Ed Effe se ne uscì così.
“E’ proprio bella la vita”.
E solo questa è stata la nostra certezza più assoluta.

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Numero 3

Lo aspettavo tutti i giorni prima delle otto.
Facevo in modo che apparisse il più naturale possibile che mi trovassi ogni giorno in quel luogo così presto.
Ma erano chilometri che avevo percorso per incontrarlo, mille caffè per trovare le forze.
Lo aspettavo in quello che pareva un porto di pneumatici. Lui partiva per le Indie, io lo sapevo già che avrei trovato le Americhe.
Era ogni giorno un incontro per chi si diceva addio.
Un incontro che bruciava nella durata di uno sguardo.
E lo amavo, li amavo quelli sguardi ogni giorno, non li avrei mai scambiati con mille baci.

Numero 2

Lo ammetterò, questa volta, almeno a me stessa?
Che è successo ancora?
Che bramo quelle labbra e quel pericolo che si schiudano sul mio respiro agitato,
che manca poco al salto nel buio delle luci psichedeliche e nei tuoni nelle orecchie, nel mezzo delle mosse stupide e di quelle riuscite bene.

Forse dichiarerò a me stessa che lo voglio ancora. Nuovi orizzonti che non sono apparsi alla mia vista, che improvvisamente desidero. Nuovi tasselli di un mosaico da incollare sul cemento bagnato.

E si susseguiranno i recapiti, gli abiti consumati e le confessioni con le croci in mano. Attaccati al petto. Che in fondo, non vogliamo lasciarle andare.

Battere nuove terre biforcate per perdersi di più.
Che una sola strada, non c’è mai stata.

 

Incontri che non ricordavo, deja vù.
Da ubriachi i nostri racconti erano, tutto a un tratto, interessanti. Tutto a un tratto vicini.
Ed erano bellissimi i suoi colori ed odori che erano solo per me.
Il giorno dopo a combattere i sensi di colpa. A farsi vincere da essi.
I sorrisi che mi inseguivano.
Cercare di rimuoverli dall’albo della storia con chiamate elettroniche, ma non funziona granchè.
E dopo un rotolo di giorni i miei odori e colori erano solo per lui.
E lui lo sapeva.

Ma in giro c’erano carni facili e sudate.
Mi piaceva.
Mi piaceva che avesse tanto un animo inquieto quanto il mio.