Finalmente un post dove non si parla del libro.

La scorsa settimana mi trovavo nella bellissima, calda Viareggio; e ho ritirato un premio per il un racconto breve che ho scritto, dal titolo “Nemmeno Uno Sguardo”. E’ un giallo: ma non ve ne parlo di più perché ci sto sviluppando un altro libro…

Non solo sono arrivata tra i finalisti del Premio Nazionale Giovane Holden, ma ho anche ricevuto la nomina speciale della giuria.

E dato immagino non mi crediate, ecco delle foto a dimostrarlo.

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Ci si può sentire fortunate nel mezzo del caos più totale?

Hungerness

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Home is where the sun is

Mi sono trasferita da poco, in una casa poco distante da quella dove ho abitato con il mio ragazzo per un anno. Sempre di Gent, sempre del Belgio parliamo (strana questa maniera di descrivere la mia residenza, come che la consideri una fase da dover concludere).

E’ una casa più piccola, meno sicura (al piano terra, vicino ad un parcheggio), più costosa.

Ma è moderna, i soffitti alti, le porte finestre giganti, da dove riesce ad entrare quella luce che mi sembra impossibile possa arrivare fino qui al Nord.

Perché la luce bella era quella che entrava nei pomeriggi pigri della mia prima adolescenza, quando non c’era molto altro da fare se non guardare serie televisive di bassa qualità, inzuppando Pan di Stelle nel tè freddo (provare per credere). Quella luce poteva essere solo a Roma, quando a settembre andavo ancora al mare perché fa caldo ed è il mese con i tramonti più belli.

La casa precedente era stata, centinaia di anni fa, un monastero. Anche in nome della strada lo ricorda: Zwartezustersstraat. Via delle sorelle nere. E l’accademia d’arte hipster alla fine di essa ha una piccola madonnina sopra alle cinte murate che la circondano.
Ed è “bella, bella davvero”, con quelle travi di legno possenti che attraversano il soffitto e la vista sui tre campanili di Gent; ma ci si cammina facendo rumore poiché i pavimenti scricchiolano, anche loro non di certo giovanissimi, e lasciano passare vento, odori, polvere.

In passato ho abitato temporaneamente in tende, caravan, cantine, pub abbandonati, barche non più in funzione, credo anche in un paio di bagni ( per una notte soltanto, intendiamoci). Non mi sono tirata indietro a nulla. Mi sono sempre facilmente adattata.

Ma l’altro giorno, seduta sul divano di questa nuova casa, indecisa se fare capolino nel giardino per afferrare gli ultimi raggi di sole, ho ripensato ai biscotti al cioccolato nelle bevande zuccherate e agli episodi visti cento volte. Ho perso entrambe le abitudini, ad essere sincera.

Ma avendo notato questo, avendo notato il sole, mi sono resa conto di trovarmi a casa.

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie (parte II)

Un po’ di tempo fa avevo scritto un articolo che riportava delle poesie scritte, come il titolo del post suggerisce, quindici anni fa: alla dolce età di…dieci anni. Si dai, non sono poi cosi’ vecchia!

Ne avevo pubblicato quattro, con la promessa che ne sarebbe seguita una quinta. E come vola il tempo, che sono passati due mesi prima di riuscire a pubblicarla…

Ora capite perché ho voluto lasciarla da sola: è più lunga, complessa. Leggetela poi ne parliamo.

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Sebbene sembri un estratto di un libro di Nicholas Sparks, c’è una certa narrativa, uno sviluppo emotivo alquanto affascinante.
Pero’, parliamone: la citazione di Via col Vento alla fine? Che almeno la mia scelta non é ricaduta per altre frasi celebri del film…E poi, i gabbiani: animali maligni, possono permettersi di fare i loro “gridolini” quando invece la schiuma del mare si zittisce infrangendosi sulla riva? Che mondo strano.

C’è da dire pero’, il mio rapporto con il mare è sempre stato speciale. Avendo casa a Sabaudia ho passato tantissime estate li’. Ed era davvero il momento più felice dell’anno. Estate, per quale bambino non lo é? Gli odori che si sentono allora…Avete presente come erano forti? Come l’odore di quella crema solare che sentite ora, a distanza di anni, vi riporti con violenza, con ferocia ed inconsapevolezza, a quegli anni felici?

Felicità: che potrò essere malinconica in questa poesia, e che novità. Ma non sono triste.
Sono sulle braccia del vento, lontana da tutto. Cullata nei sogni, godo di quel rosa, quella tintura d’amore…quel tramonto sul mare é tutto: niente, nessun altro mi è necessario.

E che invidia ne provo ora…

 

Sempre vostra,

Hungerness

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie

Non sarò una scrittrice affermata (per il momento…) ma posso sicuramente dichiarare di averci provato a lungo. Uno dei ricordi che tuttora porto vividamente dei miei otto anni di età è di quella volta che era di una di quelle idiote giornate di Marzo, quando a Roma incomincia a piovere e fa “ancora fresco” fino a che non arriva Maggio e i venti gradi di minima fissi fino ad Ottobre. Mi ricordo la prospettiva della strada dove abitavo con i miei genitori, e che pensavo che davvero quel tempo faceva schifo e non mi piaceva proprio per niente. “Niente”, quella parola rifletteva cosi’ bene il cielo grigio e la noia pre-primaverile che appena arrivata a scuola impugnai la penna e ci scrissi un poema, sul niente. Banalmente ogni fine paragrafo rimava con quella parola, ma la poesia era intensa per me: e ci credo ora, per come invidio ogni bambino, me stessa anni fa, provare emozioni fortissime anche su delle cose cosi’ blande come il cielo grigio, Marzo, il cemento bagnato. Tutta contenta, portai il poema alla cattedra della maestra e lei lo lesse per una manciata di secondi, poi sbatté il foglio sulla cattedra e mi rimprovero’ indignata: “Claudia, ma cosa hai scritto?!”
Come mi fece gentilmente notare quella povera donna che solo due anni dopo sarebbe andata in pensione, avevo scritto “niente” con la “g” all’inizio: gnente.  Almeno avevo risparmiato la i. Non me ne n’ero assolutamente accorta sul momento, e chissà che i miei geni romanacci non avessero approfittato di un vuoto del mio conscio per farsi burla di me. Ma io appunto avevo otto anni e quando mi accorsi dell’errore, sul momento volevo sprofondare fino al centro della Terra e mai più ritornare.
Episodio infelice, ma a rivederlo a distanza di anni, posso solo che affermare con dolcezza che la mia volontà, chiamiamola frenesia, di esprimere un’idea aveva prevalso sulla forma (e non è la prima volta che parlo dei miei problemi di comunicazione…) e non posso che sorridere al pensiero ora. Tale episodio mi ha lungi dal fermata dal comporre altre poesie: quella di cui ho appena parlato non era la prima, e non è stata l’ultima in cui mi sono cimentata di mia sponte nella mia infanzia. Qualche tempo fa, mia madre ha infatti riportato alla luce delle poesie da me composte attorno ai dieci anni, che lei aveva trascritto in Word e stampato (in COMIC SANS…), che mi ha poi portato in una cartellina trasparente una volta venutami a trovare qui in Belgio dove vivo. Ve ne risparmio alcune, tra le quali una molto ridondante sulla luna che per qualche motivo “s’imbatte” sul mare, una che non è altro che una tediosa, oblunga descrizione di una mattina di finalmente primavera quando un pettirosso mi fece visita mentre facevo colazione, un’altra da cui indicai esplicitamente lo spunto preso da una conversazione con una suora (e non una qualunque, una che era stata benedetta da Madre Teresa di Calcutta…). Qui di seguito quattro brevi poesie tutte risalenti al 2002, quindi tra i miei otto e i nove anni di età. Scusate, da come l’ho scritto sembra che me ne stia vantando. A voi pensarlo giustificato o meno.

La prima poesia la si può vedere secondo due prospettive: una è di considerarla una smielata illeggibile; un’altra è di contestualizzarla ad una bambina di nove anni e che pero’, mica male come immaginazione:

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La seconda poesia è…triste. Questo secondo ogni prospettiva. O meglio, non voglio fare la semplicista e ridurla alla prima parola importante che il primo verso cita, e difatti ad una seconda lettura ci si rende subito conto che è una poesia che parla di forza, invece che di debolezza; di rivincita, invece che di sconfitta:

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La prossima poesia…ha davvero bisogno di descrizione? Come giustificazione, posso dire di essere sempre stata una bambina eccentrica. E da adulta, nel caso non mi conosciate, potete immaginarmi bene dopo aver letto questo. Come se non bastasse è tutta in maiuscolo. Ribadisco: COMIC SANS MAIUSCOLO. Mamma.

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Ok, siamo arrivati all’ultima poesia. Ho voluto concludere con la più allegra composizione della mia infanzia fino a questo momento. E’ insolita, parla di una filastrocca, un qualcosa a cui penserei solamente sotto il periodo di carnevale. Ma forse alle elementari si parla di filastrocche più spesso di quanto io ricordi. E’ particolarmente derisoria, ad una seconda lettura: ma allo stesso tempo, è veramente tanto veritiera. In fondo non bisogna avere paura di dire la verità.

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E davvero, le filastrocche sono stupide.

Concludo confermando che si’, ho preferito fare le foto ai fogli che trascrivere le poesie, a testimoniare la scelta spero inconsapevole di mia madre per tale font.

Nel caso vi stiate inoltre chiedendo cosa c’è che non va con i miei accenti, date una riletta qui.

Ce ne sarebbe un’altra, di poesia che vorrei condividere…ma la lascerei al prossimo post. Non vedete l’ora eh?

It’s all for now

Hungerness

Perchè la modalità “in riunione” non esiste più

Oggi sono andata ad un incontro di lavoro. Ho dovuto prendere il treno, e una volta arrivata in una stranamente non soleggiata cittadina del Mezzogiorno ho chiamato il mio referente per l’appuntamento sul cellulare.
«Scusa sono in riunione, un quarto d’ora e mi trovi in ufficio»
Seduta di fronte ad una di quelle scrivanie laccate in legno chiaro, nell’attesa mi sono trovata a fissare il mio cellulare. Un grosso Samsung 7 Edge sul quale schermo si può ben osservare il sorrisone del mio ragazzo mentre gli stampo un bacio sulla guancia. Non molto professionale, forse.
Pensare alla professionalità, ai colloqui di lavoro, agli uffici, sono passata a riflettere sulla modalità “riunione” sul cellulare. C’è qualcuno che la usa ancora? Nessuno, appunto. Credo non esisti più.
E mi ricordo che quando ero piccina, agli arbori della popolarizzazione dei cellulari alla fine anni novanta, sfogliavo riviste che proponevano con enfasi cellulari dagli schermi minuscoli, cellulari con antenna, cellulari dai wallpaper animati. Il mio preferito era uno di quelli piccolissimi dallo schermo rettangolare, in cui al massimo ci potevi leggere una linea di messaggio, la scocca color grigio leggermente sfumato sul lilla. Me lo immaginavo all’orecchio di un’intraprendente donna d’affari, la quale discuteva con quel suo collega altrettanto giovane e attraente di qualche azione da comprare mentte seduva al tavolino di un bar. Ovviamente sorseggiava un caffè e una spremuta d’arancia: essendo una donna d’affari sapeva bene che il primo investimento da fare fosse sulla propria salute.
Che era questo che erano i cellulari, all’inizio. Designati per donne e uomini da casual friday, donne e uomini da corsa la domenica mattina al parco, donne e uomini benestanti da tapis roulant di fronte ad un’enorme finestra sui grattacieli di Milano – forse ho visto troppe volte 1992.
Non sono sicura potessi immaginare tutto questo nel dettaglio all’epoca, dovrò aver avuto a malapena 7 anni. Il termine “riunione” aveva un sapore molto più misterioso e confuso di come lo possiedo oggi. Oggi che sono coscente che tale modalità si chiama semplicemente “silenzioso”, perchè le generazioni dei cellulari in decoltè e cravatte è stata progressivamente sostituita da quella degli smartphone per profili Instagram, influencers e avocado toast.

Non sento di preferire nessuna delle due: ma ci penso, di come sono cambiati i cellulari, di come si sono inesorabilmente insinuati nelle nostre vite e non solo professionali. Di come ci dicono come vestire, che musica ascoltare, cosa mangiare. Ma li uso anche io. Nessun ipocrisia. E sono talmente tanto assorbita da questi pensieri che quando la persona che attendo arriva in ufficio, ricevo un messaggio rumorosamente sul mio Samsung sul quale ho dimenticato di attivare la modalità silenzioso.

Comprando vinili e altre catastrofi

Le sessioni d’esame sono il peggiore momento dell’anno per ogni studente. I fatidici giorni sembrano non arrivare mai se si ha avuto la fortuna di aver potuto studiare abbastanza (o esserne convinti); nel caso che invece vi siate un po’ lasciati prendere la mano da una nuova serie su Netflix o dal bighellonare con gli amici in quel locale tanto carino con La Chouffe a due euro e venti, le date d’esame sembrano terribilmente vicine.

Le sessioni d’esame si fanno ancora più miserabili d’inverno: raggiungere la biblioteca é una lotta contro il vento e il peso del computer dello zaino sull’equilibrio precario della bicicletta che costeggia le linee del tram, togliersi di dosso guanti sciarpa cappello cappotto giacca sopra il maglione ed eventualmente il maglione stesso e trovare posto per l’ombrello richiede rumorosissimi minuti in aula studio. Boh, poi saro’ io, ma fare le cose con il sole fuori mi sembra tutt’altra cosa. E quest’inverno in Belgio c’é stato il record dell’inverno con “meno luce diretta solare” da anni a questa parte. Già. Già.

 

In questo potpourri di gaiezza mi sono quindi un po’ depressa: il mio muso si é riversato anche nei momenti passati col mio ragazzo, il quale si é detto preoccupato del mio stato d’animo. E povero, lui davvero non c’entra niente con questa malinconia invernale; per sdebitarmi e rimetterci il buonumore ad entrambi (perché sono un po’ una shopaholic) sono uscita il giorno prima dell’esame per comprargli un vinile. Abbiamo un giradischi che usiamo raramente in realtà, ma di cui cerchiamo sempre di mantenere viva la collezione. Per fargli una sorpresa, ho anche pianificato una caccia al tesoro in rima per farglielo trovare, passando per una cena a base di pollo e purè e una bottiglia di birra. Per comodità sono uscita senza borsa, infilando la carta di credito nella tasca interna del cappotto, e per sgranchirmi le gambe sono andata a piedi e non in bici. Una volta al negozio di vinili mi sono decisa per Kendrik Lamar, che a me non fa impazzire, forse perché non riesco a seguirne bene le parole (voi potete farvi la vostra opinione qui) ma che il mio ragazzo invece adora. L’uomo dai capelli ricci alla cassa mi ha detto che non prendevano carte: mi sono quindi recata all’edificio di fianco dove sapevo ci fosse un ATM. Ritornata in negozio, ho pagato e sono uscita soddisfatta di me stessa e della brava fidanzata che sono, riprendendomi un po’ nonostante l’umido delle nuvole basse. Sono poi andata al centro commerciale li vicino perché dovevo fare un po’ di spesa, ma una volta sulle scale mobili, il panico: mi sono accorta di non avere più la carta di credito con me. Mi sono vista davanti allo sportello bancomat: avevo preso i soldi ed ero corsa subito al negozio, impaziente di comprare il vinile, senza aspettare anche per la mia carta. Mai, e dico mai, successo in vita mia. Sono quindi corsa di nuovo verso l’ATM, ma ovviamente i ragazzi che in quel momento stavano prelevando non avevano visto nessuna carta, e io con il cuore in gola e con il cervello che già immaginava un gruppo di loschi individui maneggiare la mia carta con uno strano lettore per scoprirne il codice e depredarmi di tutti i miei poveri risparmi, ho chiamato subito il numero per bloccare la carta. Ma dopo soli venti secondi mi é finito il credito del cellulare. Mi sono quindi ricordata che nelle vicinanze c’era una filiale della mia banca: mi sono precipitata tra tram, passanti e autobus, ma al suo posto c’era un negozio di scarpe. Ho iniziato a correre verso un’altra piazza vicina dove ero sicura ci fosse un’altra filiale. Arrivo davanti alla porta chiusa, guardo l’orologio: dieci minuti dopo l’orario di chiusura. Corro quindi verso il pub dove io e il mio ragazzo lavoriamo, chiamo il servizio di blocco da li e mi dicono che mi invieranno la nuova carta entro cinque giorni lavorativi; sollievo, ma mi ripassano al nastro prima che possa dire che ho cambiato casa e che non ho comunicato il mio nuovo indirizzo alla banca. Sfinita, penso che il peggio é passato e posso passare in banca direttamente il giorno dopo. Ma nel frattempo, ho perso le forze e spiego tutto l’accaduto al mio ragazzo, rovinandogli la sorpresa per il vinile che ho acquistato.
Solo in quel momento, mi sorge un catastrofico dubbio, o meglio, ho il tempo per prenderlo in considerazione: la foga di bloccare la carta aveva prevalso sopra ogni altra priorità. Compongo il numero del negozio di vinili, e si, la mia carta é li: qualcuno l’ha trovata nel distributore e l’ha portata nel negozio sapendo forse che molti prelevano contante dato che non accettano carte.
Santi Belgi. Sono ancora in tempo per passare al negozio a riprendermi la carta. Entro, ringrazio con un “Ci sono davvero belle persone in questo Paese” e prima di poter fare la mia uscita trionfale dopo questa frase ad effetto tra sguardi di orgoglio tra connazionali, mi cade la carta dalle mani, sento i due commessi che ridacchiano, ed io esco con il volto in fiamme maledicendo di non essere rimasta a casa ad autocommiserarmi. Ritrovato il buonumore, perché in fondo era finito tutto bene, quella sera organizzo comunque la caccia al tesoro per il mio ragazzo: abbiamo qualcosa di cui ridere, perlomeno.
Il giorno seguente subito dopo aver finito l’esame, mi reco in banca dove ometto il fatto di aver ritrovato la carta onde evitare una multa e comunico solo il mio problema di indirizzo. Vengo cosi a conoscenza che il mio nuovo indirizzo non é stato registrato nemmeno sulla mia carta d’identità belga come pensavo fosse successo. In quel pomeriggio passo quindi all’ufficio immigrazione per rimediare. Ed é un particolare abbastanza importante, quello di avere l’indirizzo di residenza ufficialmente registrato: per votare dall’estero, ricevere comunicazioni ufficiali, e via dicendo.

Cosa ho capito quindi da questa vicenda, a parte che comprare i vinili il giorno prima dell’esame puo’ rivelare comportamenti di basso profilo intellettivo, che il caso riesce ad organizzare meglio la mia vita piuttosto che io stessa.

E allora non c’é da sorprendersi se mi risulta cosi’ difficile prendere coscienti decisioni per me stessa: o se da sola prendo decisioni sbagliate. Cosa voglio mangiare per pranzo? (Come diavolo mi é saltato in mente di mangiare tutto quel riso?) Che taglio di capelli mi dona di più? (Sembro un fungo con due gambe) Devo accettare questa proposta di lavoro o no? (Questo, non ha ancora controprova).

Ma forse é troppo facile condannarsi quando si pensa di avere abbastanza esperienza e maturità per riuscire ad organizzarsi la vita al meglio. E’ anche un po’ presuntuoso rimproverarsi per questo motivo, a pensarci bene.
E mentre rifletto su tutto cio’ metto su un vinile. Non Kendrik Lamar. Uno che piace a me.

Il mio primo vero post

Il titolo suona buffo, come quegli esercizi delle elementari tipo “Il mio primo vero quaderno a righe”. Quei quaderni che sembravano giganti e le linee cosi’ difficili da seguire, a ricopiare la parola “ape” meticolosamente per tutta la pagina, che non sapevo come definirlo allora, ma repetita iuvant.
E forse questo blog un po’ ci assomiglia a quei quaderni. Ripetere aiuta. Ripetendo, scrivendo, l’istinto perde il controllo assoluto sui ricordi. Le emozioni si fanno più chiare. Le paure meno terribili. L’altro giorno ad esempio ho sognato (o meglio, parte di un sogno lunghissimo) che degli uomini e donne vestiti di stracci, le donne giunoniche, gli uomini con gli stomachi gonfi, tutti muti e lenti come m’immagino siano gli orchi, si aggiravano per le strade residenziali di un villaggio dove ero capitata. Ne ero spaventata, terrorizzata, nonostante l’unica cosa che facevano era chinarsi agli angoli delle strade per sbavare; litri di saliva si riversavano sull’asfalto, schifando i passanti. Un sogno assurdo, potete vederci tutti i simboli che vi pare, ma al risveglio avevo ancora addosso la sensazione dei piedi bagnati insieme ad una profondissima inquietudine. Poche ore più tardi ho raccontato il sogno ad un amico su Messenger, il quale ha commentato: “Sembra un film di Cronenberg”. E io ho ripensato al film Map to the Stars che avevo visto anni fa e che mi era incredibilmente piaciuto, e alla poesia del francese Eluard citata durante il film intitolata Liberté. E ho sorriso.
E cosi’ il sogno si é trasformato in un alleato: da incubo a storia tanto strana da poter avere successo come film o come romanzo. Che è cosi’, vi confido, che mi è venuta l’idea per il mio secondo libro che sto scrivendo: da un sogno. Secondo, si’: perché un libro l’ho già scritto e finito, dopo anni di amore e odio, il quale ora sta cercando la sua strada nelle oscure vie della pubblicazione – anche se devo dire la verità, sono abbastanza fiduciosa. Ripetere aiuta: ripetere dà potere.
E il potere di questo blog é di aiutarmi nella promozione del primo, del secondo, del terzo e delle decine dei libri che seguiranno. Perché sono convinta che ce ne saranno moltissimi altri, finché litri di saliva continueranno a popolare i miei sogni :).

Vi lascio con due estratti della poesia citata poco fa di Eluard tradotta in italiano:, perché, e dite la verità, se mettessi l’originale che è lunghissima non la leggereste mai tutta.

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

[…]

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Su l’assenza che non chiede
Su la nuda solitudine

Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome

E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.

Ma scommetto che siete già andati a cercare la versione completa su Google.

Alla prossima,

Hungerness

PS: perdonate gli accenti sbagliati. Utilizzo una tastiera belga e non sono a conoscenza di nessuna maniera rapida per fare gli accenti come in italiano (Liberté, ah).