Sono (in aereo)

La crema che massaggia le mie mani, piano, il microcircolo ritrova pace, le vene blu riaffiorano al di sotto come innalzate da spuma, forse sono una creatura extraterrestre ora, forse ho acquisito superpoteri volando a mille metri dal suolo…ora che sono la nuvola che questo Boeing 737 attraversa,

sono il riverbero della luna sulla sua ala, sono il continente di cui ho nostalgia, sono la casa al mare di mia zia, sono l’odore del caffè della colazione intercontinentale, sono la mano del mio ragazzo che mi stringe sotto il lenzuolo, sono la carta carbone con cui copio la firma di mia madre sul libretto, sono la pagina del diario che finisce e quella seguente che non so sia scritta, sono la scarpa nuova e il cinturino che brucia la caviglia, sono la consistenza gommosa della mozzarella sulla pizza a colazione, sono il manichino nel negozio che ho scambiato per un essere umano, sono gli occhi che si chiudono quando leggo per addormentarmi, sono la cera sciolta quando soffio sulla candela, sono la penna biro ancora piena che ha smesso di scrivere, sono ovunque, sono immortale,

sono nulla,

sono.

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S. – I (italiano)

NB: Anche questa è un’altra traduzione di un precedente post originalmente in inglese.
Che mi dispiaceva non tradurlo anche in italiano.

See you, ops, A presto.

∫∫∫

Ho lavorato a lungo in un pub irlandese. Spesso mi trovo a ritornarci, poiché il mio ragazzo ne è il manager (molto in gamba). Lo so, posso immaginarlo cosa stavate invece pensando: che mi piacesse un po’ troppo la Guinness. Come darvi torto, è questa la motivazione in fondo per cui esistono i pub anglosassoni, a parte il miglior posto dove poter rimediare un croccante fish&chips: del poter bere alcool dalle 10 del mattino.

 

C’è una signora che ho conosciuto lavorando lì.

S.

È la cliente più affezionata: in altre parole, è un’alcolista. Vino rosso, per l’esattezza. Il suo consumo giornaliero ammonta a circa 12 bicchieri, più o meno tre bottiglie (le porzioni belga sono abbastanza generose): nonostante ciò, non ordinerebbe mai una bottiglia intera, in una volta. Lo sorseggia piano, ma incessantemente, per tutto il tempo che è seduta nel locale – molto spesso, tutto il giorno. Il più delle volte, fissa il nulla. Occasionalmente al mattino, quando ancora un po’ fresca, sfoglia la copia gratuita del giornale locale. Ma non saprei dire se sappia chi sia attualmente il Primo Ministro del suo Paese.

 

Non la biasimo, ho anche io le mie ossessioni, le mie dipendenze, come tutti. Diverse, certo. Soprattutto dalle sue, di S.

A proposito, lo so qual è il suo nome per intero. Ricordo quando iniziai a lavorare al pub, la chiamavamo “la signora del vino rosso”, sebbene avesse un nome, un cognome, sebbene avesse passato più tempo di chiunque altro all’interno di quel posto, sebbene avesse un’intera vita prima che iniziassimo a ricevere i nostri stipendi grazie alla presenza di persone come lei.

Forse per questo, ma ad un certo punto abbiamo iniziato a chiamarla col suo vero nome. Non lo rivelo qui, perché appunto, per rispetto.

 

Ci sono tante cose che non capirò mai, a proposito di S. So che i suoi genitori non abitano nella sua stessa città: viaggia in macchina, accompagnata dalla sorella che spero riesca a prendersene un po’ cura per quelle poche ore che la vede, per raggiungerli in campagna.

In quelle occasioni, deve fare una strada diversa rispetto a quella che copre per raggiungere i luoghi di acquisto di sigarette e alcool – che sia un pub, un bar, il supermercato, è in fondo un paese libero. Deve quindi mettere in discussione la sua routine, dare a sé stessa una giornata diversa, cambiare forse i suoi pasti – lo so che adora il pollo, maionese, noci; deve dormire, lavarsi, vestirsi, in posti diversi. Deve essere qualcun altro, anche se per poco, una manciata di giorni.

 

Ma non basta. Non la riesce a distrarre, convincere della possibilità di diventare quell’altra sé stessa per intero, sbarazzarsi delle sue cattive abitudini, dipendenze.

E così quando di ritorno, rientra nel pub, avvicinandosi piano al bancone, ma lo ordina velocemente, dato che sono un po’ di ore che ne sente il bisogno, di un bicchiere di vino rosso.

E io devo porgerglielo, dicendole qualche parola nel mio fiammingo sdentato. E a sentirsi chiamare con il suo nome, per intero, mi sorride sempre.

 

 

 

Conversazione frigorifere

NB: Questo articolo è una traduzione dall’inglese di questo precedente post
(Rimane sempre bello eh, intendiamoci)

∫∫∫

Nella mia carriera da scrittrice, ho fatto uso di molte tecniche di composizione.

Grazie ad una conoscenza, ho adottato per un po’ la pratica della “parola del giorno”. La trovate ancora nel mio blog, nella sezione apposita in inglese. In pratica, si tratta di scrivere un paragrafo, una riga, una poesia, qualsiasi cosa susciti la parola del giorno che la newsletter di un dizionario online (il Merriam Webster, nel mio caso) fornisce. Una delle ultime era “qualcosa che manca di sapore, anima, vitalità, spirito”. O come era stato anziché posto, “scialbo”.

Poi, un amico mi consigliò, o meglio, me ne condivise la sua esperienza, di limitare i miei pensieri ad una pagina di diario. L’ho ringraziato e penso di esserci riuscita per una mezz’ora: non riesco davvero a contenere i miei pensieri ad una pagina soltanto, se non nelle poche, adatte occasioni.

Nonostante ciò, continuo comunque a provarci: ogni volta che viene il dover scrivere, sono ben felice di mettermi in gioco con tecniche nuove. Soprattutto quando non si è scrittori di professione, è bello giocare su tale arte, su ciò che sarebbe, se sotto costrizione invece, probabilmente stressante.

 

E così, sono arrivata ai magneti per il frigo. Circa quattro anni fa, ero a casa di un’amica che condivideva un appartamento studentesco nel centro di Roma, dove vivevo. Era sera tardi, e avevamo bevuto un po’ troppo: insomma, un giovedì notte universitario qualunque.

Era la prima volta che visitavo quell’appartamento. Le pallide luci bianche al neon sopra gli scaffali d’acciaio illuminavano un cocomero che era stato riempito con della vodka scadente. Quel frutto, che non era ancora estate: ma ai proprietari Bangladesi del negozietto notturno non importava e in fondo, nemmeno a noi.

Notai delle parole sul frigo. Parole? Mi avvicinai. Erano rettangolini incollati. Magnetizzati. Spontanei: c’erano frasi riguardo rose e il colore rosso.

Era una poesia senza rima: era incredibilmente bella.

Così chiesi chi l’avesse composta. Le mie amiche strinsero nelle spalle, dicendo che era già lì quando erano arrivate in quella casa. Erano forse della precedente affittuaria. Una donna.

L’ho immaginata nei suoi quarant’anni, non più bella come un tempo; prima dei problemi economici dovuti a quel bastardo con cui aveva speso cinque anni di troppo della sua vita, che le causarono una dipendenza al fumo che la teneva sveglia a tossire per un po’ prima di riuscire ad addormentarsi.

Ma nonostante ciò, era ancora capace di trovarlo, il bello. Nelle rose rosse. Me ne resi conto: non sono patetiche. Sono essenziali.

 

Anni più tardi, mi trovavo in una casa diversa, la mia, per la prima volta le bollette portavano il mio nome, ero in piedi di fronte ad un frigo che io stessa avevo comprato, contente il pollo in offerta del supermercato, in un paese in cui tento ancora di ambientarmi.

Mi misi un giorno a girovagare per le stradine strette, con l’intenzione di scoprirne i segreti: il mio lavoro di allora, di cameriera, mi teneva occupata solamente alla sera. Il giorno, mi piaceva raffreddarmi il naso con l’aria fresca del Belgio.

Trovai uno di quei negozi che vendono le mappe del mondo da grattare e statuine a pannelli solari della Regina Elisabetta che saluta o dei bulldog che annuiscono. Entrai, curiosando: sapevo non esistesse alcun commesso sollecitante belga, cosicché quegli occhi della donna dietro la cassa ansiosi su di me rivelavano la paura che rubassi qualcosa.

Mi trovai, ad un certo punto davanti ad una scatola rossa…quella scatola rossa! Una confezione di magneti per il frigo a parole, come quelle che conobbi anni prima. Non ne contai il numero, ma c’erano così tante parole che mi sembrava potesse uscirne fuori ogni poesia del mondo. La comprai, dovevo, nonostante costasse 20 euro e non avessi ricevuto ancora il mio stipendio del mese.

Ero felice: potevo giustificare la mia presenza nel negozio a quell’ansiosa donna; e riempire lo sportello del frigo la cui superficie mai fino a quel momento mi sembrava così vuota.

La prima creazione che ne uscì fu sfortunatamente una volgarità che il mio ragazzo dell’epoca riuscì a mettere insieme. Poi me ne appropriai e studiai il mio metodo di creazione: spargendo le parole sul tavolo, tutte, o alcune, e scegliendo quelle che in quel momento possano suonare meglio assieme. Queste creazioni non riescono solitamente in un’ottima grammatica, o sintassi; e spesso, sono frasi molto tristi e il mio ragazzo – quello attuale – non ne è molto contento.

Ma ogni volta, lo rassicuro: non sono io a comporre sul quel frigo. Forse è la ragazza, l’affittuaria, quella che c’era per davvero o solo nella mia mente, dovuta ad un cocomero troppo imbevuto d’alcool.

Sono belle, non so dirlo: mai per me sembra esserci stata poesia sul frigo più bella come quella sulle rose rosse.

E poi talvolta, ancora lo penso, a com’è assurdo…di come si possa fare arte così vicini a dove si tiene il pollo in offerta.

 

La prima volta

E’ successo. E’ andata bene, credo. Nel senso, la serata è passata senza che nessuno sia caduto dalla sedia e spaccatosi un braccio. Nessuna tempesta di neve si è improvvisamente abbattuta sulla libreria gelando a morte i suoi ospiti.

Ho fatto la mia prima presentazione del libro! 

Alla libreria Teatro Tlon, a Roma.

Posso suonare un po’ spocchiosa, ma è andata decisamente bene.
E per suonare ancora più spocchiosa, ho capito che mi piace tantissimo parlare dei miei scritti.
E per farmi odiare del tutto, metto qui qualche foto della serata.

Causa studi, lavoro, sono sempre stata abituata a parlare in pubblico: ma ho sempre dovuto parlare del lavoro di altri, o del pensiero filosofico, politico, o peggio! economico, d’altri, il che abbassa notevolmente il coinvolgimento e anche l’accuratezza della mia presentazione.

Parlare di una mia creazione invece, è stato estremamente gratificante. Sono io che ho scritto questo! Sono io che ho pensato di far agire, pensare, questo personaggio, e in questo modo! Il che ti è piaciuto credo, perché ora sei alla presentazione del mio libro, o te lo stai comprando, il mio libro!

Da una parte è stato un po’ come andare dallo psicoanalista. Specialmente perché il libro è tanto, molto d’introspezione e autobiografico. Per un libro pubblicato, è stata forse mossa molto poco intelligente.
Fatto sta che quest’introspezione ha fatto parte ovviamente della presentazione: sono state trattate le sofferenze e le emozioni dei personaggi, che in fondo sono le mie, come se fossi stata in seduta.
Solamente che c’erano una quarantina di paia di occhi ad osservarmi, invece che uno.

Una quarantina!

E alcuni nemmeno li conoscevo! Soprattutto una coppia giovane, piercing al naso lei, barbetta rossa lui…Non li conoscevano nemmeno il proprietario della libreria, né la mediatrice, né l’attrice che ha letto estratti del libro!

Non che non sia stato bello rivedere quegli amici e famigliari che non mi aspettavo venissero, che non vedevo da anni, che hanno mantenuto la promessa e si sono presentati.

Ma quel paio di “innominati” per usare un termine letterario…non so, mi hanno fatto sentire di  essere sulla strada giusta. Che forse dovrei abituarmi a facce nuove che mi guardano, sorridono, vogliono complimentarsi con me. Che capiterà più spesso, che non debba sorprendermene. Perché sono i miei libri che hanno conosciuto per primi.

Bello no?

Sarà, ma sono ancora più propensa a credere che in realtà quel ragazzo con la barbetta rossa mai visto prima fosse un fiocco di neve sotto copertura.

 

Sempre vostra,

 

Hungerness

Finalmente un post dove non si parla del libro.

La scorsa settimana mi trovavo nella bellissima, calda Viareggio; e ho ritirato un premio per il un racconto breve che ho scritto, dal titolo “Nemmeno Uno Sguardo”. E’ un giallo: ma non ve ne parlo di più perché ci sto sviluppando un altro libro…

Non solo sono arrivata tra i finalisti del Premio Nazionale Giovane Holden, ma ho anche ricevuto la nomina speciale della giuria.

E dato immagino non mi crediate, ecco delle foto a dimostrarlo.

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Ci si può sentire fortunate nel mezzo del caos più totale?

Hungerness

Home is where the sun is

Mi sono trasferita da poco, in una casa poco distante da quella dove ho abitato con il mio ragazzo per un anno. Sempre di Gent, sempre del Belgio parliamo (strana questa maniera di descrivere la mia residenza, come che la consideri una fase da dover concludere).

È una casa più piccola, meno sicura (al piano terra, vicino ad un parcheggio), più costosa.

Ma è moderna, i soffitti alti, le porte finestre giganti, da dove riesce ad entrare quella luce che mi sembra impossibile possa arrivare fino qui al Nord.

 

Perché la luce bella era quella che entrava nei pomeriggi pigri della mia prima adolescenza, quando non c’era molto altro da fare se non guardare serie televisive di bassa qualità, inzuppando Pan di Stelle nel tè freddo (provare per credere). Quella luce poteva essere solo a Roma, quando a settembre andavo ancora al mare perché fa caldo ed è il mese con i tramonti più belli.

La casa precedente qui in Belgio era stata, centinaia di anni fa, un monastero. Anche in nome della strada lo ricorda: Zwartezustersstraat. Via delle sorelle nere. E l’accademia d’arte hipster alla fine di essa ha una piccola madonnina sopra alle cinte murate che la circondano.
Ed è “bella, bella davvero”, con quelle travi di legno possenti che attraversano il soffitto e la vista sui tre campanili di Gent; ma ci si cammina facendo rumore poiché i pavimenti scricchiolano, anche loro non di certo giovanissimi, e lasciano passare vento, odori, polvere.

In passato ho abitato temporaneamente in tende, caravan, cantine, pub abbandonati, barche non più in funzione, credo anche in un paio di bagni (per una notte soltanto, intendiamoci). Non mi sono tirata indietro a nulla. Mi sono sempre facilmente adattata.

Ma l’altro giorno, seduta sul divano di questa nuova casa, indecisa se fare capolino nel giardino per afferrare gli ultimi raggi di sole, ho ripensato a Roma. Alla Roma dei miei anni fa. Ai biscotti al cioccolato nelle bevande zuccherate e agli episodi visti cento volte alla tv. Ho perso entrambe le abitudini, ad essere sincera.

Ma avendo notato questo, avendo notato il sole, mi sono resa conto di trovarmi a casa.

 

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie (parte II)

Un po’ di tempo fa avevo scritto un articolo che riportava delle poesie scritte, come il titolo del post suggerisce, quindici anni fa: alla dolce età di…dieci anni. Si dai, non sono poi cosi’ vecchia!

Ne avevo pubblicato quattro, con la promessa che ne sarebbe seguita una quinta. E come vola il tempo, che sono passati due mesi prima di riuscire a pubblicarla…

Ora capite perché ho voluto lasciarla da sola: è più lunga, complessa. Leggetela poi ne parliamo.

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Sebbene sembri un estratto di un libro di Nicholas Sparks, c’è una certa narrativa, uno sviluppo emotivo alquanto affascinante.
Pero’, parliamone: la citazione di Via col Vento alla fine? Che almeno la mia scelta non é ricaduta per altre frasi celebri del film…E poi, i gabbiani: animali maligni, possono permettersi di fare i loro “gridolini” quando invece la schiuma del mare si zittisce infrangendosi sulla riva? Che mondo strano.

C’è da dire pero’, il mio rapporto con il mare è sempre stato speciale. Avendo casa a Sabaudia ho passato tantissime estate li’. Ed era davvero il momento più felice dell’anno. Estate, per quale bambino non lo é? Gli odori che si sentono allora…Avete presente come erano forti? Come l’odore di quella crema solare che sentite ora, a distanza di anni, vi riporti con violenza, con ferocia ed inconsapevolezza, a quegli anni felici?

Felicità: che potrò essere malinconica in questa poesia, e che novità. Ma non sono triste.
Sono sulle braccia del vento, lontana da tutto. Cullata nei sogni, godo di quel rosa, quella tintura d’amore…quel tramonto sul mare é tutto: niente, nessun altro mi è necessario.

E che invidia ne provo ora…

 

Sempre vostra,

Hungerness