Ho iniziato a scrivere

Ho iniziato a scrivere perché non gliene importava a nessuno.
A nessuno importava mi chiudessi in stanza, impugnassi penna e diario segreto e buttassi su carta pensieri che dovevano, a ragione o meno, venir perpetuati nella mia testa.

Ho iniziato a scrivere perché a nessuno importava spendessi ore ed ore nella revisione di un paragrafo, chilometri di carta ad elaborare schemi secondo i quali sviluppare personaggi in un racconto, interi pomeriggi o comunque più del necessario a struggermi davanti libri tanto belli quanto più famosi dei miei scritti.

Nonostante ciò continuavo a scrivere, e a crescere; a perdere fiducia nelle grandi e piccole cose, nella religione, nella politica, nella famiglia. E quelle pagine fitte di episodi irrilevanti, di vita quotidiana sono rimaste sempre le più oneste.

Nonostante tutto continuo a scrivere, con testardaggine, che abbia ragione o torto, che piaccia o meno, che mi faccia bene o mi distrugga, che mi porti alla miseria o alla fama. Sebbene, o proprio perché, sono ancora tanti a cui non gliene importa nulla.

Continuo a scrivere perché per me è la cosa più bella che esista: che nessuno possa mai entrarci in questo piccolo, complicatissimo universo che ho in testa.

Giallo e blu

Poco tempo fa io ed il mio ragazzo stavamo chiedendoci cosa fanno i buddisti. Pregano? Meditano? Entrambe le cose? Stavamo giocando a qualcosa che abbiamo inventato di recente: “Tell me everything you know about…” un certo argomento, che può essere un concetto astratto, un oggetto, un’invenzione. Grandi episodi si sono rivelati sul carbone, post modernismo, il tram.

Uno su cui abbiamo saputo entrambi argomentare poco è stato, appunto, il buddismo. Ho potuto riportare di questa mia amica dell’università che era buddista; mi spiace ammetterlo, ma le uniche cose che ricordo del suo credo riguardano i rituali prima di andare a dormire: oli essenziali qua e là, preghiere ed inchini davanti ad un altarino a fianco del suo letto.

《È bello avere dei rituali》ha osservato il mio ragazzo.

Parlavamo di questo in una Gent piena di luci e mercatini di Natale. Li ho potuti studiare bene, sola, i banchi di salami e formaggi valtellinesi, di gioiellini etnici, di calzettoni a maglia con le renne: passeggiando, lentamente causa l’operazione all’alluce valgo fatta di recente; e sola, dato che le feste sono il periodo dell’anno dove il settore della ristorazione lavora di più, e quindi, anche il mio ragazzo.

Fortunatamente ho tante cose che posso fare in solitudine ed in mobilità ridotta al di fuori dello spendere soldi: come mi hanno ricordato i fogli di carta arrotolati sopra un armadio. Alcuni li avevo tagliati e utilizzati nelle uniche due lezioni di disegno dal vero che mi ero incoraggiata a prendere. Ma non è colpa mia se i modelli erano anziani e poco interessanti: e in fondo non avevo legato con nessuno tanto da essere invogliata a ritornare.

Ed ero proprio sdraiata sul letto di quella stessa stanza fronteggiando una parete che solo in quel momento mi sembrava vuota, incredibilmente vuota, tanto da poterci mettere qualcosa. Qualcosa di mia creazione.

Che quando le tue finanze sono limitate e non puoi permetterti il quadro dal negozio di design che raggiunge le quattro cifre, che riprende “Monaco in riva al mare” di Friedrich per proporzione di blu, ma con la brillantezza di “Colline azzurre” di Windows XP, che allora pensi che a quei fogli e a quei colori ad olio ai quali puoi dare finalmente altro impiego. Non ci vedo nulla ma blu, in una camera da letto, uno di quelli acquamarina, un po’ acidulo, quasi verde, e al massimo un giallo Napoli.

Ho steso delle pagine di vecchi numeri di Internazionale che mi soni parsi un po’ troppo lucida per essere carta riciclata; con lo scotch di carta l’ho fissati al tavolo, poi ho incollato un primo foglio sempre con lo scotch di carta sul reportage africano e Donald Trump. Avevo finito la trementina e pennelli piatti e larghi decenti, ma non mi è dispiaciuto affatto un’altra escursione nell’atmosfera natalizia per recuperarli. Le pennellate dovevano avere la stessa direzione, diagonale crescente. Dovevano essere visibili, e sparse, per rivelare le varie graduazione del colore. La parte superiore doveva essere completamente blu, quella inferiore completamente gialla. Ma i colori non dovevano sovrapporsi, così ogni passata doveva essere completamente asciutta prima di applicare la successiva. Non avendo mischiato l’olio con nessun medium, questo ha impiegato parecchi giorni, in cui ho tentato di fornire spiegazioni pseudo artistico-intellettualoidi al mio ragazzo davanti al mio lavoro: lui mi ha regalato un’espressione che rivelava la convinzione che non aver mai studiato nulla di arte non gli avesse fatto perdere granchè. Avevo tre fogli: ad uno ho passato delle minuscole pennellate di un altro tono di blu e di giallo sopra i colori principali: e nonostante fossero entrambi solo piccoli tocchi, erano colori così brillanti che risaltavano con arroganza sulla composizione.

Facendo finta di provare determinazione invece che sconfitta, ho cominciato daccapo. Gli altri due fogli li ho incollati uno di fianco all’altro, la composizione a specchiarsi. Le pennellate per me erano nella stessa direzione, ma sul foglio sono venute opposte. Passando il colore sulla superficie, i contorni della pagine venivano fuori, la lingua italiana che nonostante l’abbia quasi del tutto tagliata fuori dalla mia vita, a riemergere con le sue pubblicità di prodotti biologici. In uno il blu è venuto più debole del giallo: ma mi ero ripromessa di avere una sola sessione per colore, quindi l’ho lasciato com’è. L’ho comunque appeso, con una corda e mollette da bucato, sopra il letto.

Il mio ragazzo, passandoci accanto ha commentato:

《Sembra un deserto. Dune di sabbia con orizzonte blu》.

Blu. Blue. Celeste , o azzurro, per gli inglesi sono semplicemente un “blu chiaro”. Un blu, ma diverso.

《Io ci vedo il mare》ho commentato, rendendomi conto solo in quel momento di non aver compreso che oggetto stessi rappresentando 《ma non l’orizzonte. Ci sto volando sopra, sulla riva di questa spiaggia》.

Rituali. Convinzioni. Conforto.

Ho intitolato questa serie Italia.

La vita per intero

Ho scritto più volte, l’ultima credo nel mio libro, che la vita è meglio guardarla da vicino, perché vista per intero fa paura.

Dovevo essere a casa di mia nonna, a lavare i piatti a mano mentre mi accorgevo di quanto mi fossi già abituata alla lavastoviglie della mia nuova casa belga (di cui ho parlato qui), per chiedermi quanto in realtà fosse vero.

Le mie mani sotto il getto d’acqua fredda, fredda perché non ho acceso la caldaia che mi fa impressione l’odore di gas che si sente, che spero sia normale o stato preso in considerazione; il mio povero microcircolo che ne soffre, le mani viola livide, sindrome di Raynaud di cui non mi riesco a prender cura, che non fa così freddo a Roma ma come dice mia madre è umido, e approfitto delle ultime ondate di caldo del riscaldamento sporco che mi viene gettato addosso dal soffitto alto del supermercato dove compro la mia bizzarra spesa, mentre in realtà giudico quella della signora davanti a me in sovrappeso, dai capelli lunghi che non le donano e un cappotto con poche pretese di sembrare nuovo, e nel caso non fosse sufficiente questa sfilza di giudizi su una persona che vedo per la prima volta in vita mia, osservo i vari gusti di umido per gatti che ha disposto sul nastro della cassa, pensando all’acquolina che mi fanno salire in bocca; quando il mio cane era vivo un giorno morsi uno dei suoi biscotti ripieni prima di darglielo che non potevano essere velenosi, ma poi ho pensato che i cani muoiono mangiando cioccolata ed è la cosa più triste dell’universo, si perdono un mondo di Serotonina a basso prezzo ringraziando l’olio di palma, come la Nutella che moralmente disprezzo ma alla quale non so resistere ad un solo cucchiaio, invece mia nonna sì tant’è che la tiene in casa quasi intatta, ed io – come al solito, parlando di cibo- mi sento in colpa per intaccarla; e ora che sono fuori al supermercato ci devo tornare in quella casa, un po’ vecchia ma in fondo anche mia nonna tanto più giovane non è, devo scrivere progetti europei sdraiata con la gamba in su perché in questi giorni non sono solo le mani a darmi noia ma anche il piede per un’operazione all’alluce valgo, o Hallux Valgus, il mio ragazzo che è inglese usa il latino più di quanto faccia io, che ho sempre pensato che il bello di lavorare da casa è che ho potenzialmente più tempo da passare con lui perché spesso i suoi giorni off sono insolitamente infrasettimanali, ma lavorare da casa è difficile, non sembra esserci tanta motivazione quando l’unica parvenza di ufficio è data dal caffè e la casella di posta elettronica aperta e me ne lamento con la mia amica storica che mi è venuta a trovare in questa casa immortale, lei che apprezza tutto il legno e la carta da parati perché sa vedere oltre le cose, tant’è che mi risponde: “Dura tre anni questo dottorato retribuito? E non sei contenta?”.

E io ammutolisco, ero convinta che a vedere le cose per intero facessero più paura.

Quando se ne va e con lei tanti ricordi d’infanzia, prendo a lavare i piatti del nostro té delle cinque, ma il piede gonfio mi fa un po’ male tant’è che devo nuovamente sdraiarmi sul letto. E questa volta me ne rendo conto pienamente, che non sarà per sempre.

Hungerness

P.S. Non so perché, ultimamente mi piace molto parlare di mani. Forse me ne rammarico perché le mie non sono belle. Ma per fortuna che altre lo sono, e le mie preferite le dipingeva lui.

S. – I (italiano)

NB: Anche questa è un’altra traduzione di un precedente post originalmente in inglese.
Che mi dispiaceva non tradurlo anche in italiano.

See you, ops, A presto.

∫∫∫

Ho lavorato a lungo in un pub irlandese. Spesso mi trovo a ritornarci, poiché il mio ragazzo ne è il manager (molto in gamba). Lo so, posso immaginarlo cosa stavate invece pensando: che mi piacesse un po’ troppo la Guinness. Come darvi torto, è questa la motivazione in fondo per cui esistono i pub anglosassoni, a parte il miglior posto dove poter rimediare un croccante fish&chips: del poter bere alcool dalle 10 del mattino.

 

C’è una signora che ho conosciuto lavorando lì.

S.

È la cliente più affezionata: in altre parole, è un’alcolista. Vino rosso, per l’esattezza. Il suo consumo giornaliero ammonta a circa 12 bicchieri, più o meno tre bottiglie (le porzioni belga sono abbastanza generose): nonostante ciò, non ordinerebbe mai una bottiglia intera, in una volta. Lo sorseggia piano, ma incessantemente, per tutto il tempo che è seduta nel locale – molto spesso, tutto il giorno. Il più delle volte, fissa il nulla. Occasionalmente al mattino, quando ancora un po’ fresca, sfoglia la copia gratuita del giornale locale. Ma non saprei dire se sappia chi sia attualmente il Primo Ministro del suo Paese.

 

Non la biasimo, ho anche io le mie ossessioni, le mie dipendenze, come tutti. Diverse, certo. Soprattutto dalle sue, di S.

A proposito, lo so qual è il suo nome per intero. Ricordo quando iniziai a lavorare al pub, la chiamavamo “la signora del vino rosso”, sebbene avesse un nome, un cognome, sebbene avesse passato più tempo di chiunque altro all’interno di quel posto, sebbene avesse un’intera vita prima che iniziassimo a ricevere i nostri stipendi grazie alla presenza di persone come lei.

Forse per questo, ma ad un certo punto abbiamo iniziato a chiamarla col suo vero nome. Non lo rivelo qui, perché appunto, per rispetto.

 

Ci sono tante cose che non capirò mai, a proposito di S. So che i suoi genitori non abitano nella sua stessa città: viaggia in macchina, accompagnata dalla sorella che spero riesca a prendersene un po’ cura per quelle poche ore che la vede, per raggiungerli in campagna.

In quelle occasioni, deve fare una strada diversa rispetto a quella che copre per raggiungere i luoghi di acquisto di sigarette e alcool – che sia un pub, un bar, il supermercato, è in fondo un paese libero. Deve quindi mettere in discussione la sua routine, dare a sé stessa una giornata diversa, cambiare forse i suoi pasti – lo so che adora il pollo, maionese, noci; deve dormire, lavarsi, vestirsi, in posti diversi. Deve essere qualcun altro, anche se per poco, una manciata di giorni.

 

Ma non basta. Non la riesce a distrarre, convincere della possibilità di diventare quell’altra sé stessa per intero, sbarazzarsi delle sue cattive abitudini, dipendenze.

E così quando di ritorno, rientra nel pub, avvicinandosi piano al bancone, ma lo ordina velocemente, dato che sono un po’ di ore che ne sente il bisogno, di un bicchiere di vino rosso.

E io devo porgerglielo, dicendole qualche parola nel mio fiammingo sdentato. E a sentirsi chiamare con il suo nome, per intero, mi sorride sempre.

 

 

 

Conversazione frigorifere

NB: Questo articolo è una traduzione dall’inglese di questo precedente post
(Rimane sempre bello eh, intendiamoci)

∫∫∫

Nella mia carriera da scrittrice, ho fatto uso di molte tecniche di composizione.

Grazie ad una conoscenza, ho adottato per un po’ la pratica della “parola del giorno”. La trovate ancora nel mio blog, nella sezione apposita in inglese. In pratica, si tratta di scrivere un paragrafo, una riga, una poesia, qualsiasi cosa susciti la parola del giorno che la newsletter di un dizionario online (il Merriam Webster, nel mio caso) fornisce. Una delle ultime era “qualcosa che manca di sapore, anima, vitalità, spirito”. O come era stato anziché posto, “scialbo”.

Poi, un amico mi consigliò, o meglio, me ne condivise la sua esperienza, di limitare i miei pensieri ad una pagina di diario. L’ho ringraziato e penso di esserci riuscita per una mezz’ora: non riesco davvero a contenere i miei pensieri ad una pagina soltanto, se non nelle poche, adatte occasioni.

Nonostante ciò, continuo comunque a provarci: ogni volta che viene il dover scrivere, sono ben felice di mettermi in gioco con tecniche nuove. Soprattutto quando non si è scrittori di professione, è bello giocare su tale arte, su ciò che sarebbe, se sotto costrizione invece, probabilmente stressante.

 

E così, sono arrivata ai magneti per il frigo. Circa quattro anni fa, ero a casa di un’amica che condivideva un appartamento studentesco nel centro di Roma, dove vivevo. Era sera tardi, e avevamo bevuto un po’ troppo: insomma, un giovedì notte universitario qualunque.

Era la prima volta che visitavo quell’appartamento. Le pallide luci bianche al neon sopra gli scaffali d’acciaio illuminavano un cocomero che era stato riempito con della vodka scadente. Quel frutto, che non era ancora estate: ma ai proprietari Bangladesi del negozietto notturno non importava e in fondo, nemmeno a noi.

Notai delle parole sul frigo. Parole? Mi avvicinai. Erano rettangolini incollati. Magnetizzati. Spontanei: c’erano frasi riguardo rose e il colore rosso.

Era una poesia senza rima: era incredibilmente bella.

Così chiesi chi l’avesse composta. Le mie amiche strinsero nelle spalle, dicendo che era già lì quando erano arrivate in quella casa. Erano forse della precedente affittuaria. Una donna.

L’ho immaginata nei suoi quarant’anni, non più bella come un tempo; prima dei problemi economici dovuti a quel bastardo con cui aveva speso cinque anni di troppo della sua vita, che le causarono una dipendenza al fumo che la teneva sveglia a tossire per un po’ prima di riuscire ad addormentarsi.

Ma nonostante ciò, era ancora capace di trovarlo, il bello. Nelle rose rosse. Me ne resi conto: non sono patetiche. Sono essenziali.

 

Anni più tardi, mi trovavo in una casa diversa, la mia, per la prima volta le bollette portavano il mio nome, ero in piedi di fronte ad un frigo che io stessa avevo comprato, contente il pollo in offerta del supermercato, in un paese in cui tento ancora di ambientarmi.

Mi misi un giorno a girovagare per le stradine strette, con l’intenzione di scoprirne i segreti: il mio lavoro di allora, di cameriera, mi teneva occupata solamente alla sera. Il giorno, mi piaceva raffreddarmi il naso con l’aria fresca del Belgio.

Trovai uno di quei negozi che vendono le mappe del mondo da grattare e statuine a pannelli solari della Regina Elisabetta che saluta o dei bulldog che annuiscono. Entrai, curiosando: sapevo non esistesse alcun commesso sollecitante belga, cosicché quegli occhi della donna dietro la cassa ansiosi su di me rivelavano la paura che rubassi qualcosa.

Mi trovai, ad un certo punto davanti ad una scatola rossa…quella scatola rossa! Una confezione di magneti per il frigo a parole, come quelle che conobbi anni prima. Non ne contai il numero, ma c’erano così tante parole che mi sembrava potesse uscirne fuori ogni poesia del mondo. La comprai, dovevo, nonostante costasse 20 euro e non avessi ricevuto ancora il mio stipendio del mese.

Ero felice: potevo giustificare la mia presenza nel negozio a quell’ansiosa donna; e riempire lo sportello del frigo la cui superficie mai fino a quel momento mi sembrava così vuota.

La prima creazione che ne uscì fu sfortunatamente una volgarità che il mio ragazzo dell’epoca riuscì a mettere insieme. Poi me ne appropriai e studiai il mio metodo di creazione: spargendo le parole sul tavolo, tutte, o alcune, e scegliendo quelle che in quel momento possano suonare meglio assieme. Queste creazioni non riescono solitamente in un’ottima grammatica, o sintassi; e spesso, sono frasi molto tristi e il mio ragazzo – quello attuale – non ne è molto contento.

Ma ogni volta, lo rassicuro: non sono io a comporre sul quel frigo. Forse è la ragazza, l’affittuaria, quella che c’era per davvero o solo nella mia mente, dovuta ad un cocomero troppo imbevuto d’alcool.

Sono belle, non so dirlo: mai per me sembra esserci stata poesia sul frigo più bella come quella sulle rose rosse.

E poi talvolta, ancora lo penso, a com’è assurdo…di come si possa fare arte così vicini a dove si tiene il pollo in offerta.

 

La prima volta

E’ successo. E’ andata bene, credo. Nel senso, la serata è passata senza che nessuno sia caduto dalla sedia e spaccatosi un braccio. Nessuna tempesta di neve si è improvvisamente abbattuta sulla libreria gelando a morte i suoi ospiti.

Ho fatto la mia prima presentazione del libro! 

Alla libreria Teatro Tlon, a Roma.

Posso suonare un po’ spocchiosa, ma è andata decisamente bene.
E per suonare ancora più spocchiosa, ho capito che mi piace tantissimo parlare dei miei scritti.
E per farmi odiare del tutto, metto qui qualche foto della serata.

Causa studi, lavoro, sono sempre stata abituata a parlare in pubblico: ma ho sempre dovuto parlare del lavoro di altri, o del pensiero filosofico, politico, o peggio! economico, d’altri, il che abbassa notevolmente il coinvolgimento e anche l’accuratezza della mia presentazione.

Parlare di una mia creazione invece, è stato estremamente gratificante. Sono io che ho scritto questo! Sono io che ho pensato di far agire, pensare, questo personaggio, e in questo modo! Il che ti è piaciuto credo, perché ora sei alla presentazione del mio libro, o te lo stai comprando, il mio libro!

Da una parte è stato un po’ come andare dallo psicoanalista. Specialmente perché il libro è tanto, molto d’introspezione e autobiografico. Per un libro pubblicato, è stata forse mossa molto poco intelligente.
Fatto sta che quest’introspezione ha fatto parte ovviamente della presentazione: sono state trattate le sofferenze e le emozioni dei personaggi, che in fondo sono le mie, come se fossi stata in seduta.
Solamente che c’erano una quarantina di paia di occhi ad osservarmi, invece che uno.

Una quarantina!

E alcuni nemmeno li conoscevo! Soprattutto una coppia giovane, piercing al naso lei, barbetta rossa lui…Non li conoscevano nemmeno il proprietario della libreria, né la mediatrice, né l’attrice che ha letto estratti del libro!

Non che non sia stato bello rivedere quegli amici e famigliari che non mi aspettavo venissero, che non vedevo da anni, che hanno mantenuto la promessa e si sono presentati.

Ma quel paio di “innominati” per usare un termine letterario…non so, mi hanno fatto sentire di  essere sulla strada giusta. Che forse dovrei abituarmi a facce nuove che mi guardano, sorridono, vogliono complimentarsi con me. Che capiterà più spesso, che non debba sorprendermene. Perché sono i miei libri che hanno conosciuto per primi.

Bello no?

Sarà, ma sono ancora più propensa a credere che in realtà quel ragazzo con la barbetta rossa mai visto prima fosse un fiocco di neve sotto copertura.

 

Sempre vostra,

 

Hungerness

Finalmente un post dove non si parla del libro.

La scorsa settimana mi trovavo nella bellissima, calda Viareggio; e ho ritirato un premio per il un racconto breve che ho scritto, dal titolo “Nemmeno Uno Sguardo”. E’ un giallo: ma non ve ne parlo di più perché ci sto sviluppando un altro libro…

Non solo sono arrivata tra i finalisti del Premio Nazionale Giovane Holden, ma ho anche ricevuto la nomina speciale della giuria.

E dato immagino non mi crediate, ecco delle foto a dimostrarlo.

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Ci si può sentire fortunate nel mezzo del caos più totale?

Hungerness

Home is where the sun is

Mi sono trasferita da poco, in una casa poco distante da quella dove ho abitato con il mio ragazzo per un anno. Sempre di Gent, sempre del Belgio parliamo (strana questa maniera di descrivere la mia residenza, come che la consideri una fase da dover concludere).

È una casa più piccola, meno sicura (al piano terra, vicino ad un parcheggio), più costosa.

Ma è moderna, i soffitti alti, le porte finestre giganti, da dove riesce ad entrare quella luce che mi sembra impossibile possa arrivare fino qui al Nord.

 

Perché la luce bella era quella che entrava nei pomeriggi pigri della mia prima adolescenza, quando non c’era molto altro da fare se non guardare serie televisive di bassa qualità, inzuppando Pan di Stelle nel tè freddo (provare per credere). Quella luce poteva essere solo a Roma, quando a settembre andavo ancora al mare perché fa caldo ed è il mese con i tramonti più belli.

La casa precedente qui in Belgio era stata, centinaia di anni fa, un monastero. Anche in nome della strada lo ricorda: Zwartezustersstraat. Via delle sorelle nere. E l’accademia d’arte hipster alla fine di essa ha una piccola madonnina sopra alle cinte murate che la circondano.
Ed è “bella, bella davvero”, con quelle travi di legno possenti che attraversano il soffitto e la vista sui tre campanili di Gent; ma ci si cammina facendo rumore poiché i pavimenti scricchiolano, anche loro non di certo giovanissimi, e lasciano passare vento, odori, polvere.

In passato ho abitato temporaneamente in tende, caravan, cantine, pub abbandonati, barche non più in funzione, credo anche in un paio di bagni (per una notte soltanto, intendiamoci). Non mi sono tirata indietro a nulla. Mi sono sempre facilmente adattata.

Ma l’altro giorno, seduta sul divano di questa nuova casa, indecisa se fare capolino nel giardino per afferrare gli ultimi raggi di sole, ho ripensato a Roma. Alla Roma dei miei anni fa. Ai biscotti al cioccolato nelle bevande zuccherate e agli episodi visti cento volte alla tv. Ho perso entrambe le abitudini, ad essere sincera.

Ma avendo notato questo, avendo notato il sole, mi sono resa conto di trovarmi a casa.

 

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie (parte II)

Un po’ di tempo fa avevo scritto un articolo che riportava delle poesie scritte, come il titolo del post suggerisce, quindici anni fa: alla dolce età di…dieci anni. Si dai, non sono poi cosi’ vecchia!

Ne avevo pubblicato quattro, con la promessa che ne sarebbe seguita una quinta. E come vola il tempo, che sono passati due mesi prima di riuscire a pubblicarla…

Ora capite perché ho voluto lasciarla da sola: è più lunga, complessa. Leggetela poi ne parliamo.

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Sebbene sembri un estratto di un libro di Nicholas Sparks, c’è una certa narrativa, uno sviluppo emotivo alquanto affascinante.
Pero’, parliamone: la citazione di Via col Vento alla fine? Che almeno la mia scelta non é ricaduta per altre frasi celebri del film…E poi, i gabbiani: animali maligni, possono permettersi di fare i loro “gridolini” quando invece la schiuma del mare si zittisce infrangendosi sulla riva? Che mondo strano.

C’è da dire pero’, il mio rapporto con il mare è sempre stato speciale. Avendo casa a Sabaudia ho passato tantissime estate li’. Ed era davvero il momento più felice dell’anno. Estate, per quale bambino non lo é? Gli odori che si sentono allora…Avete presente come erano forti? Come l’odore di quella crema solare che sentite ora, a distanza di anni, vi riporti con violenza, con ferocia ed inconsapevolezza, a quegli anni felici?

Felicità: che potrò essere malinconica in questa poesia, e che novità. Ma non sono triste.
Sono sulle braccia del vento, lontana da tutto. Cullata nei sogni, godo di quel rosa, quella tintura d’amore…quel tramonto sul mare é tutto: niente, nessun altro mi è necessario.

E che invidia ne provo ora…

 

Sempre vostra,

Hungerness

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie

Non sarò una scrittrice affermata (per il momento…) ma posso sicuramente dichiarare di averci provato a lungo. Uno dei ricordi che tuttora porto vividamente dei miei otto anni di età è di quella volta che era di una di quelle idiote giornate di Marzo, quando a Roma incomincia a piovere e fa “ancora fresco” fino a che non arriva Maggio e i venti gradi di minima fissi fino ad Ottobre. Mi ricordo la prospettiva della strada dove abitavo con i miei genitori, e che pensavo che davvero quel tempo faceva schifo e non mi piaceva proprio per niente. “Niente”, quella parola rifletteva cosi’ bene il cielo grigio e la noia pre-primaverile che appena arrivata a scuola impugnai la penna e ci scrissi un poema, sul niente. Banalmente ogni fine paragrafo rimava con quella parola, ma la poesia era intensa per me: e ci credo ora, per come invidio ogni bambino, me stessa anni fa, provare emozioni fortissime anche su delle cose cosi’ blande come il cielo grigio, Marzo, il cemento bagnato. Tutta contenta, portai il poema alla cattedra della maestra e lei lo lesse per una manciata di secondi, poi sbatté il foglio sulla cattedra e mi rimprovero’ indignata: “Claudia, ma cosa hai scritto?!”
Come mi fece gentilmente notare quella povera donna che solo due anni dopo sarebbe andata in pensione, avevo scritto “niente” con la “g” all’inizio: gnente.  Almeno avevo risparmiato la i. Non me ne n’ero assolutamente accorta sul momento, e chissà che i miei geni romanacci non avessero approfittato di un vuoto del mio conscio per farsi burla di me. Ma io appunto avevo otto anni e quando mi accorsi dell’errore, sul momento volevo sprofondare fino al centro della Terra e mai più ritornare.
Episodio infelice, ma a rivederlo a distanza di anni, posso solo che affermare con dolcezza che la mia volontà, chiamiamola frenesia, di esprimere un’idea aveva prevalso sulla forma (e non è la prima volta che parlo dei miei problemi di comunicazione…) e non posso che sorridere al pensiero ora. Tale episodio mi ha lungi dal fermata dal comporre altre poesie: quella di cui ho appena parlato non era la prima, e non è stata l’ultima in cui mi sono cimentata di mia sponte nella mia infanzia. Qualche tempo fa, mia madre ha infatti riportato alla luce delle poesie da me composte attorno ai dieci anni, che lei aveva trascritto in Word e stampato (in COMIC SANS…), che mi ha poi portato in una cartellina trasparente una volta venutami a trovare qui in Belgio dove vivo. Ve ne risparmio alcune, tra le quali una molto ridondante sulla luna che per qualche motivo “s’imbatte” sul mare, una che non è altro che una tediosa, oblunga descrizione di una mattina di finalmente primavera quando un pettirosso mi fece visita mentre facevo colazione, un’altra da cui indicai esplicitamente lo spunto preso da una conversazione con una suora (e non una qualunque, una che era stata benedetta da Madre Teresa di Calcutta…). Qui di seguito quattro brevi poesie tutte risalenti al 2002, quindi tra i miei otto e i nove anni di età. Scusate, da come l’ho scritto sembra che me ne stia vantando. A voi pensarlo giustificato o meno.

La prima poesia la si può vedere secondo due prospettive: una è di considerarla una smielata illeggibile; un’altra è di contestualizzarla ad una bambina di nove anni e che pero’, mica male come immaginazione:

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La seconda poesia è…triste. Questo secondo ogni prospettiva. O meglio, non voglio fare la semplicista e ridurla alla prima parola importante che il primo verso cita, e difatti ad una seconda lettura ci si rende subito conto che è una poesia che parla di forza, invece che di debolezza; di rivincita, invece che di sconfitta:

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La prossima poesia…ha davvero bisogno di descrizione? Come giustificazione, posso dire di essere sempre stata una bambina eccentrica. E da adulta, nel caso non mi conosciate, potete immaginarmi bene dopo aver letto questo. Come se non bastasse è tutta in maiuscolo. Ribadisco: COMIC SANS MAIUSCOLO. Mamma.

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Ok, siamo arrivati all’ultima poesia. Ho voluto concludere con la più allegra composizione della mia infanzia fino a questo momento. E’ insolita, parla di una filastrocca, un qualcosa a cui penserei solamente sotto il periodo di carnevale. Ma forse alle elementari si parla di filastrocche più spesso di quanto io ricordi. E’ particolarmente derisoria, ad una seconda lettura: ma allo stesso tempo, è veramente tanto veritiera. In fondo non bisogna avere paura di dire la verità.

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E davvero, le filastrocche sono stupide.

Concludo confermando che si’, ho preferito fare le foto ai fogli che trascrivere le poesie, a testimoniare la scelta spero inconsapevole di mia madre per tale font.

Nel caso vi stiate inoltre chiedendo cosa c’è che non va con i miei accenti, date una riletta qui.

Ce ne sarebbe un’altra, di poesia che vorrei condividere…ma la lascerei al prossimo post. Non vedete l’ora eh?

It’s all for now

Hungerness