Numero 20

La donna sopra le nuvole sognava acqua frizzante
Saltava nel bricco ubriaco
E ne usciva insieme ai mille altri pesci

Quando poi faceva buio
Si rintanava dentro la bocca della Murena
Con la testa dietro ai denti,
Perché non la decapitasse.

 

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Numero 18

Non guardarmi
cerca altro caffè
e riempitene i lobi;
durerà fino alla prossima dose.

Non guardarmi
passami una mano
sulle gambe
e mostrami la mia carta.

Non guardarmi
profuma le parole
circonda gli sguardi
scava la polvere.

Non guardarmi
sono le gambe di un’altra
un sorriso pieno come il mio
quando mi ami su un cuscino
mi incornici le guance
e mi mordi per tenermi a terra.

Non guardarmi
quando mi aggrappo al cornicione
con le iridi verso il sole
il cuore lontano
ti urlo muta
mentre i tuoi occhi
sui suoi occhi
non li vedo più.

Numero 17

E c’è il calore di cento palazzi
il sudore della pausa
ed il fumo del principio
Il vetro da cui cola il rosa
e le spine che ti bucano le narici

E c’è un uomo con il suo colore
lo stesso colore aggrappato a un muro
che vuole dimenticare ma non si screpola
che ogni mattina risorge
e dà vita alla sua esistenza
e a quella di chi popola.

Numero 16

Occhi di sangue a furia di scriverti
falangi mangiate a furia di pensarti.
Ogni momento morto
vedevo il tuo riflesso sui denti smaltati
e la tua ombra negli angoli dei locali.
Stringendomi i pugni sulle cosce,
recitavo maledizioni affinchè sparissi.

Guardandomi attorno non c’erano che tue proiezioni
distorte, lontane, vicine, recenti.
Ogni volta che faceva male
mi coprivo con i capelli
e ti consumavo con cicli di pentimenti.

Ti ho trovato in un cappotto giallo,
lasciato lì da mio padre.
Ti ho mostrato a palmo aperto ai suoi occhi,
le iene che deridono il loro stesso banchetto,
anche lui si è morso le carni
ed è restato in silenzio.

Sono rimasta sul bordo ad aspettare,
occhi chiusi, la nausea e la bile
a scacciare i ricordi, a inghiottire acido,
a consumarmi le gengive.

Rimaneva l’alone,
un cerchio imperfetto sbafato di arancio,
ma ora, con mani di ferro
ti sollevo sopra le quercie,
più in alto dei nastri di luce
e ti lascio cadere.

Numero 15

Mani di bacche.

Scivoli tra il ramo pungente
attenta a non stringere troppo forte,
a non farle cadere,
devi solo insanguinare il terreno.

Mani di bacche.

Piegata su un arbusto
i trentatré anni di cristo
che ti spezzano la schiena.
Ma affacciano sull’arcobaleno.

Mani di bacche.

Ti basta un dito per colorarti le labbra
e uscire di notte senza le stelle.
Per farti scivolare la mano su un fianco
e andare a dormire quand’è sereno.

Mani di bacche.

Per ritrovare le pose ancestrali,
per sentirti d’improvviso sapiente,
per sfuggire alla facciata del mondo,
per ritrovarti credente.

Numero 14

Piedi piantati su cotone acquamarina.
Se ti tieni salda non sentirai la scossa;
se ti tieni salda, non proverai dolore.

Sfilando e lasciando la presa,
aspettando che arrivi l’arancione caldo,
vomiti i nodi giù per lo scarico.

Ti asciughi le dita
dall’alcool della sera prima,
perchè un intero bicchiere
fa molto più male.

Aspettando con orgoglio
che il tuo nome venga pronunciato.
Aspettando i tuoi occhi
identificati in un riconoscimento facciale.

Sorriderai alla tua immagine,
te la prenderai con la sua somiglianza,
strofinerai fino a far uscire il bianco dei denti,
come il bianco della ceramica.

E ti tufferai di nuovo sotto l’acqua bollente,
come volessi raggiungere
il fondo dell’oceano.

E tenterai disperatamente di aggrappartici,
per realizzare che non v’è presa sulla sabbia.

Numero 12

E’ per questo che lo faccio.
Per tenermi in equilibrio sull’unghia del piede,
il brivido dell’aver paura di ciò che non si vede.
Per tenerti per la gola con uno sguardo,
per vederti annaspare, non sentirti chiamarmi.
Per la lingua che si srotola e che spinge l’epiglottide,
per nascere e spalancare il becco,
le mie labbra che lo nutrono.

E’ per questo che lo faccio.
Per guardarti sorridendo mentre la mia testa risuona di note gitane,
per ridere unicamente sola,
immagino ciò che sei
al di fuori di ciò che non sai.

Lo faccio per questo.
Per chiamarmi di aggettivi, per sentirmi le ali leggere,
per impiastrarmi di nettare le narici,
sfaldarmi tra i fili traslucidi,
bruciarmi i colori sotto il sole,
e posarmi sotto le tavole dell’Uomo a riposare,
sazia dei loro insegnamenti,
ignara della morte di ciò che vi era sotto.