Numero 6

Ti prenderò la gola
E te ne distillerò la voce
Per discioglierla dentro ad un bicchiere.

Ti prenderò la gola
Quando i tuoi pensieri staranno per esplodere,
quando ti mancherà la forza per credere.

Ti prenderò la gola per cavarti gli occhi,
li metterò su un piatto d’argento
ad asciugarsi al sole.

Ti prenderò la gola e non ti farò male,
ci sarà solo un uomo ad aspettarti,
con una sciabola in mano canterà una canzone.

Ti prenderò la gola
Quando la musica sarà finita,
quando la mia ragione sarà alcuna.

Ti prenderò la gola
quando fuori è buio,
quando la pelle brilla del mio ghigno riflettendo la luna.

Ti prenderò la gola e te ne servirò altre cento,
la bacerò e contemplerò
e tu immobile sotto i miei rimandi.

Ti prenderò la gola e ti cucinerò il mio cuore,
che avrà smesso di battere,
avrà sconsacrato i comandi.

Numero 5

Bicchieri rotti, sei sorrisi che si stendono.
Schegge trapassano i cervelli;
ora il diavolo si può avvicinare e consigliare il piatto del giorno.

Un piede scivola fuori dalla sua casa.
E lei si avvicina.
Sulla panchina, si siede ed è l’anniversario
di quella che ero un anno fa,
delle magliette colorate dei comici.
Di quelle magliette che ti hanno fatto allontanare…

Il mio amore che sa di un frutto esotico.
Non c’è nient’altro che io possa offrire.
La mia ilarità pesa sulle guance
Mentre io accarezzo le tue,
son curvate di divertimento.

La sera si chiude,
l’amore è stato venduto all’asta.
Non è questa frase che mi suona familiare…
Sono i miei passi verso un’altra stanza,
che non mi appartiene,
che non sarà mai mia, né sua, né di lei.

Numero 4

Trascina il mio corpo sulla sabbia della battaglia,

mischiami tra la polvere arcobaleno,

cosciente che son già in stato immortale.

Ingoia il ferro che ti annacqua la lingua

prima che ti raggiunga il cervello.

 

Abbracciami.

Raffredda la tua pelle lucida e bollente

sulle mie braccia opache e gelide,

scava con le tue labbra salde

dentro le mie tempie piene.

 

Sussurra.

Sussurra perché il pubblico non capisca,

perché i perdenti non lo vengano a sapere,

perché il Re non può sentirti dall’alto del suo trono.

Sussurri perché ti vergogni di non aver rispettato il tempo,

il tempo della mietitura dei pensieri dolci.

Li hai strappati con la polpa ancora acerba

e la buccia dura.

 

Ed è così che si prospetta la fine.

La fine che hai mandato ad aprire,

come l’inizio che hai mandato a chiudere,

come quella testa che hai mandato a rotolare

sulla scalinata di marmo.

Numero 1

C’era un tavolo In quattro spazi bianchi.
C’era un poeta
che pizzicava corde d’argento
attorno al tuo dito.

C’erano i limoni che non hai mai colto,
gli infusi dell’Oriente allo zenzero,
C’era un rogo acceso
sotto al tuo epidermide.

Ora vive il suono del tuo tuono
di quando sbatti le ciglia.
Un presagio di stormi
che si liberano sopra ai tuoi occhi
e planano nuovamente al principio delle tue guance,
scaricando bisacce di sale.

C’erano loro,
adesso ne rimangono delle scatole vuote,
Ne ridi come ridevate un tempo
racchiudendo pasta e pistacchi,
Verdure e rifugi,
Ricordi e malesseri.