Abecedarian -of or relating to the alphabet; alphabetically arranged

Her tiny fingertip painted in glossy nail polish, scratched at the top after having pushed his cousin Kevin on the seesaw for the whole afternoon.

“Sit down, have some juice”

The satin shirt of her mother rolled up to the elbows when cutting turkey breast, revealing a modern watch and a tiny butterfly inked on her wrist, dating back to when she was old enough to get drunk, but not enough to get a tattooist working on her without her parents’ consent.

She was struggling to grasp the straw with her mouth only, without making use of her hands.

“A…C…Ace” repeated the kid.

“What’s cool, dear?” joked her mum.

The kid ignored that word she didn’t know, focusing on the sequence of letters she was following with her index on the bottle of juice.

“A…b…c…d…e…”

Every other letter. Her face wrinkled in a smile of pride.

That was it!

She could not wait to share that exciting discovery with her mum and her cousin Kevin.

 

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Gormless – Lacking intelligence; stupid

“No, here! Here Bobby, here!”
The young girl was pointing at the bowl in vain, as the dog seemed not to see or smell the juicy beef chunks she had cooked to him with care.

Billion – A very large number

She placed her purse on the hook under the bar; it was her first time in that club and yet she knew where to find it, how to wait for the bartender’s attention, and what to order: a gin tonic – you can never go wrong with that.

She relaxed now that she knew alcohol would not long arrive. She looked around the place: blonde men showing muscles behind tight shirts, ladies suffering the cold in sleeve-less dresses, young kids disguising themselves as adults.

She tried to get that thought back, but it was all too much of something she’d already seen a thousands of times.

Me, and the trees

I always longed to make my roots somewhere.

To feel I was belonging to someplace. Having the conviction I could find peace when in a precise spatial delineation within the universe, coordinated by geographical points;

And nowhere else.

Then I heard life saying:
The trees, they are outside!

Grab your arm. Clench it: it hurts. Skin changing color. Flesh sweating, swelling, smelling.
Arms pointing, holding who you love, stretching to turn off the air on the plane that is only on your face, stretching when you wake up in the morning. Those branches you possess unravelling towards the above, the undiscovered, the infinite possibilities, collecting the oxygen that makes your blood run, faster;

And I looked around, and I was possibly by myself, surely within myself: but nowhere where I had to be.

Moon

It was dark.

It was wet.

The bed, 30 degrees Celsius outside. My sweaty inner thights, as his hands slided on them.

I was light.

3 vodka tonics and a couple of colourful cocktails named exotically had been my lunch and dinner.

He was close, laying next to me. He was far, his eyes shut down.

I wish he had not noticed mine on him when suddenly awakening, proposing:

“Shall we walk down the beach?”

And that sounded like a necessity, I would have never replied something else but:

“Of course”

Proposing, proposal. Is that a wedding gazebo on the shore, surrounded by the rebellious ocean crushing on the rocks, the order of nature in the perfectly parallel waves folding under the moonlight reflection.

Could there be any more appropriate scenario than this?

But the wind was strong, enough to impede our thoughts from being expressed by vocals,

Damn wind!

Damn kisses!

Who said they can hold promises?

And it was so dark, my thoughts sucked deep down, I almost got blinded by the moon when he exclaimed:

“Look how bright it is!”

And I was confused, because I knew it was the sun to be bright and not the moon itself; because I believed I could not hear his voice among the wind, and I was afraid I had missed something else now.

So I paid a lot of attention when he declared again:

“Look how close it looks, you can totally see it is a rock!”

And I saw then the moon’s surface and I saw myself walking on it,

By myself,

With my thoughts only,

As they seemed to be anywhere else

But there.

Giallo e blu

Poco tempo fa io ed il mio ragazzo stavamo chiedendoci cosa fanno i buddisti. Pregano? Meditano? Entrambe le cose? Stavamo giocando a qualcosa che abbiamo inventato di recente: “Tell me everything you know about…” un certo argomento, che può essere un concetto astratto, un oggetto, un’invenzione. Grandi episodi si sono rivelati sul carbone, post modernismo, il tram.

Uno su cui abbiamo saputo entrambi argomentare poco è stato, appunto, il buddismo. Ho potuto riportare di questa mia amica dell’università che era buddista; mi spiace ammetterlo, ma le uniche cose che ricordo del suo credo riguardano i rituali prima di andare a dormire: oli essenziali qua e là, preghiere ed inchini davanti ad un altarino a fianco del suo letto.

《È bello avere dei rituali》ha osservato il mio ragazzo.

Parlavamo di questo in una Gent piena di luci e mercatini di Natale. Li ho potuti studiare bene, sola, i banchi di salami e formaggi valtellinesi, di gioiellini etnici, di calzettoni a maglia con le renne: passeggiando, lentamente causa l’operazione all’alluce valgo fatta di recente; e sola, dato che le feste sono il periodo dell’anno dove il settore della ristorazione lavora di più, e quindi, anche il mio ragazzo.

Fortunatamente ho tante cose che posso fare in solitudine ed in mobilità ridotta al di fuori dello spendere soldi: come mi hanno ricordato i fogli di carta arrotolati sopra un armadio. Alcuni li avevo tagliati e utilizzati nelle uniche due lezioni di disegno dal vero che mi ero incoraggiata a prendere. Ma non è colpa mia se i modelli erano anziani e poco interessanti: e in fondo non avevo legato con nessuno tanto da essere invogliata a ritornare.

Ed ero proprio sdraiata sul letto di quella stessa stanza fronteggiando una parete che solo in quel momento mi sembrava vuota, incredibilmente vuota, tanto da poterci mettere qualcosa. Qualcosa di mia creazione.

Che quando le tue finanze sono limitate e non puoi permetterti il quadro dal negozio di design che raggiunge le quattro cifre, che riprende “Monaco in riva al mare” di Friedrich per proporzione di blu, ma con la brillantezza di “Colline azzurre” di Windows XP, che allora pensi che a quei fogli e a quei colori ad olio ai quali puoi dare finalmente altro impiego. Non ci vedo nulla ma blu, in una camera da letto, uno di quelli acquamarina, un po’ acidulo, quasi verde, e al massimo un giallo Napoli.

Ho steso delle pagine di vecchi numeri di Internazionale che mi soni parsi un po’ troppo lucida per essere carta riciclata; con lo scotch di carta l’ho fissati al tavolo, poi ho incollato un primo foglio sempre con lo scotch di carta sul reportage africano e Donald Trump. Avevo finito la trementina e pennelli piatti e larghi decenti, ma non mi è dispiaciuto affatto un’altra escursione nell’atmosfera natalizia per recuperarli. Le pennellate dovevano avere la stessa direzione, diagonale crescente. Dovevano essere visibili, e sparse, per rivelare le varie graduazione del colore. La parte superiore doveva essere completamente blu, quella inferiore completamente gialla. Ma i colori non dovevano sovrapporsi, così ogni passata doveva essere completamente asciutta prima di applicare la successiva. Non avendo mischiato l’olio con nessun medium, questo ha impiegato parecchi giorni, in cui ho tentato di fornire spiegazioni pseudo artistico-intellettualoidi al mio ragazzo davanti al mio lavoro: lui mi ha regalato un’espressione che rivelava la convinzione che non aver mai studiato nulla di arte non gli avesse fatto perdere granchè. Avevo tre fogli: ad uno ho passato delle minuscole pennellate di un altro tono di blu e di giallo sopra i colori principali: e nonostante fossero entrambi solo piccoli tocchi, erano colori così brillanti che risaltavano con arroganza sulla composizione.

Facendo finta di provare determinazione invece che sconfitta, ho cominciato daccapo. Gli altri due fogli li ho incollati uno di fianco all’altro, la composizione a specchiarsi. Le pennellate per me erano nella stessa direzione, ma sul foglio sono venute opposte. Passando il colore sulla superficie, i contorni della pagine venivano fuori, la lingua italiana che nonostante l’abbia quasi del tutto tagliata fuori dalla mia vita, a riemergere con le sue pubblicità di prodotti biologici. In uno il blu è venuto più debole del giallo: ma mi ero ripromessa di avere una sola sessione per colore, quindi l’ho lasciato com’è. L’ho comunque appeso, con una corda e mollette da bucato, sopra il letto.

Il mio ragazzo, passandoci accanto ha commentato:

《Sembra un deserto. Dune di sabbia con orizzonte blu》.

Blu. Blue. Celeste , o azzurro, per gli inglesi sono semplicemente un “blu chiaro”. Un blu, ma diverso.

《Io ci vedo il mare》ho commentato, rendendomi conto solo in quel momento di non aver compreso che oggetto stessi rappresentando 《ma non l’orizzonte. Ci sto volando sopra, sulla riva di questa spiaggia》.

Rituali. Convinzioni. Conforto.

Ho intitolato questa serie Italia.

La vita per intero

Ho scritto più volte, l’ultima credo nel mio libro, che la vita è meglio guardarla da vicino, perché vista per intero fa paura.

Dovevo essere a casa di mia nonna, a lavare i piatti a mano mentre mi accorgevo di quanto mi fossi già abituata alla lavastoviglie della mia nuova casa belga (di cui ho parlato qui), per chiedermi quanto in realtà fosse vero.

Le mie mani sotto il getto d’acqua fredda, fredda perché non ho acceso la caldaia che mi fa impressione l’odore di gas che si sente, che spero sia normale o stato preso in considerazione; il mio povero microcircolo che ne soffre, le mani viola livide, sindrome di Raynaud di cui non mi riesco a prender cura, che non fa così freddo a Roma ma come dice mia madre è umido, e approfitto delle ultime ondate di caldo del riscaldamento sporco che mi viene gettato addosso dal soffitto alto del supermercato dove compro la mia bizzarra spesa, mentre in realtà giudico quella della signora davanti a me in sovrappeso, dai capelli lunghi che non le donano e un cappotto con poche pretese di sembrare nuovo, e nel caso non fosse sufficiente questa sfilza di giudizi su una persona che vedo per la prima volta in vita mia, osservo i vari gusti di umido per gatti che ha disposto sul nastro della cassa, pensando all’acquolina che mi fanno salire in bocca; quando il mio cane era vivo un giorno morsi uno dei suoi biscotti ripieni prima di darglielo che non potevano essere velenosi, ma poi ho pensato che i cani muoiono mangiando cioccolata ed è la cosa più triste dell’universo, si perdono un mondo di Serotonina a basso prezzo ringraziando l’olio di palma, come la Nutella che moralmente disprezzo ma alla quale non so resistere ad un solo cucchiaio, invece mia nonna sì tant’è che la tiene in casa quasi intatta, ed io – come al solito, parlando di cibo- mi sento in colpa per intaccarla; e ora che sono fuori al supermercato ci devo tornare in quella casa, un po’ vecchia ma in fondo anche mia nonna tanto più giovane non è, devo scrivere progetti europei sdraiata con la gamba in su perché in questi giorni non sono solo le mani a darmi noia ma anche il piede per un’operazione all’alluce valgo, o Hallux Valgus, il mio ragazzo che è inglese usa il latino più di quanto faccia io, che ho sempre pensato che il bello di lavorare da casa è che ho potenzialmente più tempo da passare con lui perché spesso i suoi giorni off sono insolitamente infrasettimanali, ma lavorare da casa è difficile, non sembra esserci tanta motivazione quando l’unica parvenza di ufficio è data dal caffè e la casella di posta elettronica aperta e me ne lamento con la mia amica storica che mi è venuta a trovare in questa casa immortale, lei che apprezza tutto il legno e la carta da parati perché sa vedere oltre le cose, tant’è che mi risponde: “Dura tre anni questo dottorato retribuito? E non sei contenta?”.

E io ammutolisco, ero convinta che a vedere le cose per intero facessero più paura.

Quando se ne va e con lei tanti ricordi d’infanzia, prendo a lavare i piatti del nostro té delle cinque, ma il piede gonfio mi fa un po’ male tant’è che devo nuovamente sdraiarmi sul letto. E questa volta me ne rendo conto pienamente, che non sarà per sempre.

Hungerness

P.S. Non so perché, ultimamente mi piace molto parlare di mani. Forse me ne rammarico perché le mie non sono belle. Ma per fortuna che altre lo sono, e le mie preferite le dipingeva lui.