Palpable – tangible

She used to smoke a lot. More than 20 cigarettes per day. Tough she left them unfinished, leaving a good one fourth on the ashtray on the exterior windowsill of her bedroom.

She quit the day she noticed something weird on her left hand. A knob near her wrist, a swollen portion of a vein, chubby to the point that she could not help touching it.

Numero 25

La tua mano è la mia terra
e le sue pieghe le galassie sopra di me

E allo stesso tempo una nube mi affanna
e un’ideale mi splende dentro

Ricci freddi, sono cacao sulle labbra
in un vicolo umido

Partiremo domani, il mio corpo ancorato qui
la mia mente cavalcherà via

Numero 19

Oggi è una giornata così bella che ti porterei a palazzo Barberini, e dopo la salita finiremmo di sudare sotto la quercia e sotto l’acqua della fontana.
E’ così bella che ti porterei su quel ponte a Roma Nord che da su un vicolo cieco, su una chiesa abbandonata e su un parcheggio.
E’ così bella che ti porterei alle osterie di Testaccio, mi farei prendere in giro per la mia verdura nel piatto, ci sfioreremmo le ginocchia di proposito sotto il tavolo.
E’ così bella che ti porterei a Ostia Antica e ci scaveremmo le mani e osserveremo i mosaici, e ci ritaglieremmo del tempo per tuffarci in mare.
E’ così bella che compreremmo la birra al discount, ruberemmo un paio di arance nel giardino dell’Aventino, e ne lasceremmo essiccare la buccia sulla pelle.
E’ così bella che ti guarderei per ore sdraiati sul letto, e mi assicurerei di tenerti forte la mano, prima di chiudere gli occhi.

Numero 12

E’ per questo che lo faccio.
Per tenermi in equilibrio sull’unghia del piede,
il brivido dell’aver paura di ciò che non si vede.
Per tenerti per la gola con uno sguardo,
per vederti annaspare, non sentirti chiamarmi.
Per la lingua che si srotola e che spinge l’epiglottide,
per nascere e spalancare il becco,
le mie labbra che lo nutrono.

E’ per questo che lo faccio.
Per guardarti sorridendo mentre la mia testa risuona di note gitane,
per ridere unicamente sola,
immagino ciò che sei
al di fuori di ciò che non sai.

Lo faccio per questo.
Per chiamarmi di aggettivi, per sentirmi le ali leggere,
per impiastrarmi di nettare le narici,
sfaldarmi tra i fili traslucidi,
bruciarmi i colori sotto il sole,
e posarmi sotto le tavole dell’Uomo a riposare,
sazia dei loro insegnamenti,
ignara della morte di ciò che vi era sotto.

Numero 8

Una notte, le fiamme erano stelle
e tu gridavi al loro piccolo bagliore.
E io ero l’unica a goderne.

Oltrepassato lo scudo di metallo,
colpisti il mio tallone,
mentre giocavi sotto contratto,
e io non avevo copione.

Hai creduto che io ti mentissi,
ma sussurravo, sussuravo
perchè tu non udissi
di avvicinarti ai miei fianchi,
di correre la musica,
fino a morirne, stanchi.

Numero 4

Trascina il mio corpo sulla sabbia della battaglia,

mischiami tra la polvere arcobaleno,

cosciente che son già in stato immortale.

Ingoia il ferro che ti annacqua la lingua

prima che ti raggiunga il cervello.

 

Abbracciami.

Raffredda la tua pelle lucida e bollente

sulle mie braccia opache e gelide,

scava con le tue labbra salde

dentro le mie tempie piene.

 

Sussurra.

Sussurra perché il pubblico non capisca,

perché i perdenti non lo vengano a sapere,

perché il Re non può sentirti dall’alto del suo trono.

Sussurri perché ti vergogni di non aver rispettato il tempo,

il tempo della mietitura dei pensieri dolci.

Li hai strappati con la polpa ancora acerba

e la buccia dura.

 

Ed è così che si prospetta la fine.

La fine che hai mandato ad aprire,

come l’inizio che hai mandato a chiudere,

come quella testa che hai mandato a rotolare

sulla scalinata di marmo.