Pavimento

Ho bisogno di sedermi. Ma a terra, sul pavimento.

Sedersi a terra rende immediatamente tutto così genuino, così più vero, d’altronde siamo con i piedi a terra quando siamo delle persone oneste, e forse perché la terra è il luogo a cui dobbiamo ritornare assieme alla polvere quando moriamo, e quando sono sul pavimento sono vera e onesta come quando ero da bambina, che a terra mi ci si sedevo perché forse mi era più vicina al petto.

Ma sedersi sul pavimento era trasgressione se alla fermata del treno, “è sporco!” mi diceva mia madre e potevo sedermi solo al sicuro della mia stanza, circondata dai giochi e la televisione e le biglie e le Barbie per terra, anche se la vedevo tutta la polvere sotto il letto e le travi del pavimento mancanti e i fili aggrovigliati attorno alla presa elettrica, ma in fondo la mia casa aveva mura angoli soffitti scrivanie e pavimenti al contrario di quella canzone che mi rendeva tanto triste mentre parlava di una casa bella davvero, ma forse a tali questioni non davo molto peso a quell’età – quale età?

E ora quando mi siedo a terra lo faccio delicatamente, con lo stesso timore che possa essere sgridata, anche se la polvere l’ho aspirata con foga ieri notte fino alle due e la Barbie è quella che voglio replicare sul mio corpo così che anche stasera la cena ha lasciato il posto ad un’intera bottiglia di Nero d’Avola e ora ho paura di cadere a terra come il pavimento fosse cosparso di biglie, e le voci le sento in testa come fosse sintonizzata su un canale che non ho voglia di seguire.

Cosi’ che mi siedo sul pavimento.

Come se fossi una bambina, almeno per un po’.

Quindici anni or sono, le mie prime poesie (parte II)

Un po’ di tempo fa avevo scritto un articolo che riportava delle poesie scritte, come il titolo del post suggerisce, quindici anni fa: alla dolce età di…dieci anni. Si dai, non sono poi cosi’ vecchia!

Ne avevo pubblicato quattro, con la promessa che ne sarebbe seguita una quinta. E come vola il tempo, che sono passati due mesi prima di riuscire a pubblicarla…

Ora capite perché ho voluto lasciarla da sola: è più lunga, complessa. Leggetela poi ne parliamo.

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Sebbene sembri un estratto di un libro di Nicholas Sparks, c’è una certa narrativa, uno sviluppo emotivo alquanto affascinante.
Pero’, parliamone: la citazione di Via col Vento alla fine? Che almeno la mia scelta non é ricaduta per altre frasi celebri del film…E poi, i gabbiani: animali maligni, possono permettersi di fare i loro “gridolini” quando invece la schiuma del mare si zittisce infrangendosi sulla riva? Che mondo strano.

C’è da dire pero’, il mio rapporto con il mare è sempre stato speciale. Avendo casa a Sabaudia ho passato tantissime estate li’. Ed era davvero il momento più felice dell’anno. Estate, per quale bambino non lo é? Gli odori che si sentono allora…Avete presente come erano forti? Come l’odore di quella crema solare che sentite ora, a distanza di anni, vi riporti con violenza, con ferocia ed inconsapevolezza, a quegli anni felici?

Felicità: che potrò essere malinconica in questa poesia, e che novità. Ma non sono triste.
Sono sulle braccia del vento, lontana da tutto. Cullata nei sogni, godo di quel rosa, quella tintura d’amore…quel tramonto sul mare é tutto: niente, nessun altro mi è necessario.

E che invidia ne provo ora…

 

Sempre vostra,

Hungerness