Ho iniziato a scrivere

Ho iniziato a scrivere perché non gliene importava a nessuno.
A nessuno importava mi chiudessi in stanza, impugnassi penna e diario segreto e buttassi su carta pensieri che dovevano, a ragione o meno, venir perpetuati nella mia testa.

Ho iniziato a scrivere perché a nessuno importava spendessi ore ed ore nella revisione di un paragrafo, chilometri di carta ad elaborare schemi secondo i quali sviluppare personaggi in un racconto, interi pomeriggi o comunque più del necessario a struggermi davanti libri tanto belli quanto più famosi dei miei scritti.

Nonostante ciò continuavo a scrivere, e a crescere; a perdere fiducia nelle grandi e piccole cose, nella religione, nella politica, nella famiglia. E quelle pagine fitte di episodi irrilevanti, di vita quotidiana sono rimaste sempre le più oneste.

Nonostante tutto continuo a scrivere, con testardaggine, che abbia ragione o torto, che piaccia o meno, che mi faccia bene o mi distrugga, che mi porti alla miseria o alla fama. Sebbene, o proprio perché, sono ancora tanti a cui non gliene importa nulla.

Continuo a scrivere perché per me è la cosa più bella che esista: che nessuno possa mai entrarci in questo piccolo, complicatissimo universo che ho in testa.

E nel frattempo, ho scritto un libro.

«Ma dai, e di cosa parla?»
Come mi chiamo?
«È…una storia»
Bananescimmiedischivolanti.
«Racconta della preparazione di una cena tra membri di una famiglia le cui distanze e avvenimenti ne hanno danneggiato i rapporti. Si renderanno conto che il passato non è cosi’ facile da dimenticare…»
[…]
«Ne sto scrivendo un altro, sarà più bello».

Lo potete acquistare in libreria e online, quindi rimanendo comodamente in pigiama.

Estate.

Le riviste di moda che mai ti sembravano cosi’ bianche prima, con quel rumore croccante di quando i granelli di sabbia finiscono tra le pagine. La pesca calda dentro il Tupperware che ancora sa di sale al primo morso dopo il bagno. L’odore del barbecue che invidi passando davanti alle famiglie che strillano e cuociono salsicce in giardino. Il mare del mattino che è freddo sulle cosce, tenti di evitarne l’onda con un piccolo salto; ma potresti farci caso che i polpacci si sono già abituati alla temperatura dell’acqua. E quando è sera che per l’ultimo tuffo il sole basso non ti fa vedere altro che le ombre dei bagnanti; assieme ai colori anche le voci si ovattano, si confondono.

Ed è un omogeneo tutto, quell’estate.

Numero 28

Ti penso mentre quest’areo discende,
infrange l’immensità di bianco fuori al finestrino,
il ronzio delle turbine mentre planiamo verso le chiese barocche,
sotto quella canzone che ascoltavo poggiata sulla tua clavicola.

Ti penso e con te il ricordo della strada battuta di fronte al cancello di casa tua,
quel giorno che avevo paura ci saremmo lasciati,
m’immaginavo legarmi contro le grate,
accendermi una sigaretta perché mi sarebbe venuto il vizio,
gridare contro i tuoi genitori,
tuo fratello,
il tuo cane,
tutti esterrefatti, che in fondo gli piacevo.

Ora ti guardo,
i miei occhi discendono sul caffè bollente che mi porto alla bocca,
grazie al cielo mi brucia la lingua
così da non poter fare altro se non osservarti
e sorriderti.

Il polpettone

Era l’unica occasione in cui mangiavamo maionese. Quel barattolo nell’angolo più remoto del frigo affiancato dai capperi sotto sale, la consistenza cremosa attorno al bordo, ingiallita e indurita. Finalmente, sembrava dire quando mia madre lo tirava fuori.

Il mio naso giusto fino a sopra il tavolo, a curiosare sulla superficie di legno. Ero stata richiamata in cucina dal bzzz continuo del motore per l’impasto che mi aveva raggiunta fino alla camera da letto.

Perché era così ovattato il suo odore, come il beige del colore, come il bianco del panno, bollito, che lo ricopriva: lo nascondeva finché una nuvoletta di vapore, come un respiro di sollievo, usciva dagli angoli che le dita di mia madre delicatamente snodavano.

«Stai facendo il polpettone di tonno?» le chiedevo quasi d’un fiato.

E lei che annuiva senza troppo entusiasmo, i capelli secchi, fissi, immobili sulla testa, gli occhi che non m’incontravano, non so bene se guardassero tantomeno le pale metalliche che mischiavano il composto.

E io che prendevo a correre per i corridoi, colma di gioia, perché in fondo, cos’altro si può aspettare di più eccitante da un pomeriggio di domenica una bambina di sette anni?

Ci sedevamo alle nove, nove e mezza, sempre troppo tardi, avevamo già permesso a quegli stupidi programmi d’intrattenimento di inondarci di luoghi comuni.

Per fortuna c’era il polpettone di tonno.

Il mio coltello senza lame trafiggeva la superficie spessa della maionese a raccoglierne una porzione generosa, che tremolava nel delicato tragitto verso il mio piatto, quando la facevo cadere poi con un plop sul polpettone, senza preoccuparmi di spalmarla. La forchetta a sezionare la fetta in archi, infilzati, un nuovo tragitto verso la mia bocca affamata, attenta a non far cadere la salsa giallo pallido per nessun motivo. Il polpettone ancora caldo e la maionese si fondevano sulla mia lingua, creando velocemente un malloppo che quasi che non aveva bisogno di essere masticato, calava lentamente in fondo alla gola.

Dieci minuti, la velocità in cui terminavo il mio piatto: ma di pura estasi.

Guardavo mia sorella mangiare: i posti dei miei genitori, vuoti entrambi.

«Tu non mangi?» a mia madre, il rosso fuoco del tiro della sigaretta era l’unico segnale a darmi prova che fosse nel balcone avvolto dall’oscurità.

«Mamma mangia dopo» mormorava.

 

Poi venne un giorno in cui mia madre prestò il robot da cucina a nonna. La quale non lo riportò mai più indietro.

«Mi dispiace, ma quella lama non girava già bene quando me l’hai dato…».

E c’erano le bollette e la batteria della macchina che erano più costosi, il robot da cucina non fu rimpiazzato: e il polpettone di tonno non si fece mai più.

La maionese scadde, e la buttammo. Mamma e papà divorziarono. E io presi la laurea e me ne andai via di casa e di paese.

In Belgio la maionese la mettono ovunque.

 

Ogni volta che torno Roma d’estate mi sorprendo di quanto sia calda, bollente, mi sento cotta al vapore dentro i jeans lunghi e la felpa grigia. È Luglio, ma stamattina a Bruxelles facevano quindici gradi.

Mia madre è bellissima, i capelli lucidi raccolti con un fermaglio elegante, gli occhi costeggiati da un delizioso verde smeraldo.

Sistemiamo i miei bagagli in macchina e mi chiede dei miei programmi per il pomeriggio. Non posso non voltarmi con stupore quando mi dice che il suo è di cucinare il polpettone di tonno.

«Come ve lo facevo da piccole».

A tavola, siamo solo io e lei. Ma le mensole sono piene dei suoi artefatti, hobby ripreso negli ultimi anni. La tv è spenta.

La maionese la scanso un po’, questa volta. Ma con un solo morso, sono trascinata indietro agli stessi sapori di quasi vent’anni fa.

Mia madre indica la sua forchetta piena:

«Buono vero? Ho usato il minipimer anziché il robot da cucina ed è venuto bene lo stesso…» Ma sono occupata a far rincontrare lo sformato e la maionese dentro la mia bocca, quindi annuisco solamente.

La guardo, a mia madre, non sicura se ne renda conto che la guardo con orgoglio.