Numero 28

Ti penso mentre quest’areo discende,
infrange l’immensità di bianco fuori al finestrino,
il ronzio delle turbine mentre planiamo verso le chiese barocche,
sotto quella canzone che ascoltavo poggiata sulla tua clavicola.

Ti penso e con te il ricordo della strada battuta di fronte al cancello di casa tua,
quel giorno che avevo paura ci saremmo lasciati,
m’immaginavo legarmi contro le grate,
accendermi una sigaretta perché mi sarebbe venuto il vizio,
gridare contro i tuoi genitori,
tuo fratello,
il tuo cane,
tutti esterrefatti, che in fondo gli piacevo.

Ora ti guardo,
i miei occhi discendono sul caffè bollente che mi porto alla bocca,
grazie al cielo mi brucia la lingua
così da non poter fare altro se non osservarti
e sorriderti.

Numero 10

I nostri pensieri.

Quelli che non si erano mai guardati,
presentati come sconosciuti
che collezionavano coperte di viaggi,
raggi di fuoco che perforavano la nostra carne edibile,

I nostri vestiti.

I nostri occhiali davanti le nostre occhiate a bocconi,
baffoni di riso che accorciavano le nostre distanze,
debolezze di liquidi ambrati e trasparenti,
i denti che ci mostravamo, per presentarci ringhiavamo.

La nostra musica.

Giostre con troppe monete,
sete che scordiamo a bassi e acuti,
sperduti in stazioni morte,
sorte di chi tornerà a casa consumando le rotule.

I nostri capelli.

Delimitanti uno spazio povero,
vero e pieno di foto da puntare col dito,
per richiamare l’attenzione su ciò che fa male,
pugnale che ci chiediamo di estrarci dallo sterno.

Le nostre parole.

Vive di carne e vive di presagi,
malvagi questi cordoni da marionetta
che quel giorno ci hanno scontrati,
tentati da un altro formicaio da bruciare al sole.

I nostri sorrisi.

Le mille rughe che spiccano il volo sulle guance,
lance che mi accecano sulla via di Damasco
e non per questo mi scopro credente,
perdente su un pezzo di carta timbrato di falso.

I nostri incontri.

Bui di gente e bui di sole,
Parole di pagine che nessuno conosce,
i tuoi paesi con le mie filosofie,
corsie schizzate dalle ruote veloci, verso i campi, verso i fondali.

Le nostre mani.

Cercano ossa e trovano nicchie,
pannocchie di burro e di sale
che rimangono sugli angoli,
cònsoli delle nostre labbra arricciate.

Il nostro cibo.

Quello morto, quello ineffabile, quello vivo,
nativo dei miei dolori e delle mie assenze,
non capisci il dolore anche se oggi sembro gioviale,
baccanale di dolce e salato, di odio e di amore, di pieno e di vuoto.

Il nostro buio.

Le nostre preghiere comunitarie,
cerchiare di sporcizia ciò che abbiamo,
bugie per poterci scambiare qualche molecola,
cola il tempo e forse anche la voglia, la strattoniamo indietro.

Le loro facce confuse.

Le nostre facce confuse,
infuse di biglietti di aerei e dei miliardi che siamo,
Proteggiamo il nostro muscolo più importante
in una gabbia di ossa e di finte promesse,
leonesse che agitano la coda e bramano i tendini
che muovo i nostri piedi in direzioni opposte.

I nostri pensieri, di nuovo.

Questa volta faccia a faccia.
Un buco nero tra miliardi di stelle,
Il mio è un anello sporco di terra bagnata,
Il tuo è braccio di cera che brucia,
Il nostro è uno sguardo sui nostri respiri sudati,
I nostri sono pensieri che solo ai cuscini vengono rivelati.