La vita per intero

Ho scritto più volte, l’ultima credo nel mio libro, che la vita è meglio guardarla da vicino, perché vista per intero fa paura.

Dovevo essere a casa di mia nonna, a lavare i piatti a mano mentre mi accorgevo di quanto mi fossi già abituata alla lavastoviglie della mia nuova casa belga (di cui ho parlato qui), per chiedermi quanto in realtà fosse vero.

Le mie mani sotto il getto d’acqua fredda, fredda perché non ho acceso la caldaia che mi fa impressione l’odore di gas che si sente, che spero sia normale o stato preso in considerazione; il mio povero microcircolo che ne soffre, le mani viola livide, sindrome di Raynaud di cui non mi riesco a prender cura, che non fa così freddo a Roma ma come dice mia madre è umido, e approfitto delle ultime ondate di caldo del riscaldamento sporco che mi viene gettato addosso dal soffitto alto del supermercato dove compro la mia bizzarra spesa, mentre in realtà giudico quella della signora davanti a me in sovrappeso, dai capelli lunghi che non le donano e un cappotto con poche pretese di sembrare nuovo, e nel caso non fosse sufficiente questa sfilza di giudizi su una persona che vedo per la prima volta in vita mia, osservo i vari gusti di umido per gatti che ha disposto sul nastro della cassa, pensando all’acquolina che mi fanno salire in bocca; quando il mio cane era vivo un giorno morsi uno dei suoi biscotti ripieni prima di darglielo che non potevano essere velenosi, ma poi ho pensato che i cani muoiono mangiando cioccolata ed è la cosa più triste dell’universo, si perdono un mondo di Serotonina a basso prezzo ringraziando l’olio di palma, come la Nutella che moralmente disprezzo ma alla quale non so resistere ad un solo cucchiaio, invece mia nonna sì tant’è che la tiene in casa quasi intatta, ed io – come al solito, parlando di cibo- mi sento in colpa per intaccarla; e ora che sono fuori al supermercato ci devo tornare in quella casa, un po’ vecchia ma in fondo anche mia nonna tanto più giovane non è, devo scrivere progetti europei sdraiata con la gamba in su perché in questi giorni non sono solo le mani a darmi noia ma anche il piede per un’operazione all’alluce valgo, o Hallux Valgus, il mio ragazzo che è inglese usa il latino più di quanto faccia io, che ho sempre pensato che il bello di lavorare da casa è che ho potenzialmente più tempo da passare con lui perché spesso i suoi giorni off sono insolitamente infrasettimanali, ma lavorare da casa è difficile, non sembra esserci tanta motivazione quando l’unica parvenza di ufficio è data dal caffè e la casella di posta elettronica aperta e me ne lamento con la mia amica storica che mi è venuta a trovare in questa casa immortale, lei che apprezza tutto il legno e la carta da parati perché sa vedere oltre le cose, tant’è che mi risponde: “Dura tre anni questo dottorato retribuito? E non sei contenta?”.

E io ammutolisco, ero convinta che a vedere le cose per intero facessero più paura.

Quando se ne va e con lei tanti ricordi d’infanzia, prendo a lavare i piatti del nostro té delle cinque, ma il piede gonfio mi fa un po’ male tant’è che devo nuovamente sdraiarmi sul letto. E questa volta me ne rendo conto pienamente, che non sarà per sempre.

Hungerness

P.S. Non so perché, ultimamente mi piace molto parlare di mani. Forse me ne rammarico perché le mie non sono belle. Ma per fortuna che altre lo sono, e le mie preferite le dipingeva lui.

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Numero 26

Come se non corressi da cent’anni.

Come se ci fosse solo sabbia sotto le unghie, sabbia attorno alle palpebre. Come se non sentissi più la sete tanta l’abitudine di affondare in mare.

Come non ci fosse altro rumore che il ronzio, altro gusto che il neutro. Come se non vedessi più luce e colori. Come vivere di apatia.

Prendi un barlume, spalmalo sul petto.

Balla e brucia sotto il sole.

Tendi le mani, allontana le prese.

Solo ora i denti arrivano al midollo.