Giallo e blu

Poco tempo fa io ed il mio ragazzo stavamo chiedendoci cosa fanno i buddisti. Pregano? Meditano? Entrambe le cose? Stavamo giocando a qualcosa che abbiamo inventato di recente: “Tell me everything you know about…” un certo argomento, che può essere un concetto astratto, un oggetto, un’invenzione. Grandi episodi si sono rivelati sul carbone, post modernismo, il tram.

Uno su cui abbiamo saputo entrambi argomentare poco è stato, appunto, il buddismo. Ho potuto riportare di questa mia amica dell’università che era buddista; mi spiace ammetterlo, ma le uniche cose che ricordo del suo credo riguardano i rituali prima di andare a dormire: oli essenziali qua e là, preghiere ed inchini davanti ad un altarino a fianco del suo letto.

《È bello avere dei rituali》ha osservato il mio ragazzo.

Parlavamo di questo in una Gent piena di luci e mercatini di Natale. Li ho potuti studiare bene, sola, i banchi di salami e formaggi valtellinesi, di gioiellini etnici, di calzettoni a maglia con le renne: passeggiando, lentamente causa l’operazione all’alluce valgo fatta di recente; e sola, dato che le feste sono il periodo dell’anno dove il settore della ristorazione lavora di più, e quindi, anche il mio ragazzo.

Fortunatamente ho tante cose che posso fare in solitudine ed in mobilità ridotta al di fuori dello spendere soldi: come mi hanno ricordato i fogli di carta arrotolati sopra un armadio. Alcuni li avevo tagliati e utilizzati nelle uniche due lezioni di disegno dal vero che mi ero incoraggiata a prendere. Ma non è colpa mia se i modelli erano anziani e poco interessanti: e in fondo non avevo legato con nessuno tanto da essere invogliata a ritornare.

Ed ero proprio sdraiata sul letto di quella stessa stanza fronteggiando una parete che solo in quel momento mi sembrava vuota, incredibilmente vuota, tanto da poterci mettere qualcosa. Qualcosa di mia creazione.

Che quando le tue finanze sono limitate e non puoi permetterti il quadro dal negozio di design che raggiunge le quattro cifre, che riprende “Monaco in riva al mare” di Friedrich per proporzione di blu, ma con la brillantezza di “Colline azzurre” di Windows XP, che allora pensi che a quei fogli e a quei colori ad olio ai quali puoi dare finalmente altro impiego. Non ci vedo nulla ma blu, in una camera da letto, uno di quelli acquamarina, un po’ acidulo, quasi verde, e al massimo un giallo Napoli.

Ho steso delle pagine di vecchi numeri di Internazionale che mi soni parsi un po’ troppo lucida per essere carta riciclata; con lo scotch di carta l’ho fissati al tavolo, poi ho incollato un primo foglio sempre con lo scotch di carta sul reportage africano e Donald Trump. Avevo finito la trementina e pennelli piatti e larghi decenti, ma non mi è dispiaciuto affatto un’altra escursione nell’atmosfera natalizia per recuperarli. Le pennellate dovevano avere la stessa direzione, diagonale crescente. Dovevano essere visibili, e sparse, per rivelare le varie graduazione del colore. La parte superiore doveva essere completamente blu, quella inferiore completamente gialla. Ma i colori non dovevano sovrapporsi, così ogni passata doveva essere completamente asciutta prima di applicare la successiva. Non avendo mischiato l’olio con nessun medium, questo ha impiegato parecchi giorni, in cui ho tentato di fornire spiegazioni pseudo artistico-intellettualoidi al mio ragazzo davanti al mio lavoro: lui mi ha regalato un’espressione che rivelava la convinzione che non aver mai studiato nulla di arte non gli avesse fatto perdere granchè. Avevo tre fogli: ad uno ho passato delle minuscole pennellate di un altro tono di blu e di giallo sopra i colori principali: e nonostante fossero entrambi solo piccoli tocchi, erano colori così brillanti che risaltavano con arroganza sulla composizione.

Facendo finta di provare determinazione invece che sconfitta, ho cominciato daccapo. Gli altri due fogli li ho incollati uno di fianco all’altro, la composizione a specchiarsi. Le pennellate per me erano nella stessa direzione, ma sul foglio sono venute opposte. Passando il colore sulla superficie, i contorni della pagine venivano fuori, la lingua italiana che nonostante l’abbia quasi del tutto tagliata fuori dalla mia vita, a riemergere con le sue pubblicità di prodotti biologici. In uno il blu è venuto più debole del giallo: ma mi ero ripromessa di avere una sola sessione per colore, quindi l’ho lasciato com’è. L’ho comunque appeso, con una corda e mollette da bucato, sopra il letto.

Il mio ragazzo, passandoci accanto ha commentato:

《Sembra un deserto. Dune di sabbia con orizzonte blu》.

Blu. Blue. Celeste , o azzurro, per gli inglesi sono semplicemente un “blu chiaro”. Un blu, ma diverso.

《Io ci vedo il mare》ho commentato, rendendomi conto solo in quel momento di non aver compreso che oggetto stessi rappresentando 《ma non l’orizzonte. Ci sto volando sopra, sulla riva di questa spiaggia》.

Rituali. Convinzioni. Conforto.

Ho intitolato questa serie Italia.

Estate.

Le riviste di moda che mai ti sembravano cosi’ bianche prima, con quel rumore croccante di quando i granelli di sabbia finiscono tra le pagine. La pesca calda dentro il Tupperware che ancora sa di sale al primo morso dopo il bagno. L’odore del barbecue che invidi passando davanti alle famiglie che strillano e cuociono salsicce in giardino. Il mare del mattino che è freddo sulle cosce, tenti di evitarne l’onda con un piccolo salto; ma potresti farci caso che i polpacci si sono già abituati alla temperatura dell’acqua. E quando è sera che per l’ultimo tuffo il sole basso non ti fa vedere altro che le ombre dei bagnanti; assieme ai colori anche le voci si ovattano, si confondono.

Ed è un omogeneo tutto, quell’estate.

Quindici anni or sono, le mie prime poesie (parte II)

Un po’ di tempo fa avevo scritto un articolo che riportava delle poesie scritte, come il titolo del post suggerisce, quindici anni fa: alla dolce età di…dieci anni. Si dai, non sono poi cosi’ vecchia!

Ne avevo pubblicato quattro, con la promessa che ne sarebbe seguita una quinta. E come vola il tempo, che sono passati due mesi prima di riuscire a pubblicarla…

Ora capite perché ho voluto lasciarla da sola: è più lunga, complessa. Leggetela poi ne parliamo.

20180511_222817

Sebbene sembri un estratto di un libro di Nicholas Sparks, c’è una certa narrativa, uno sviluppo emotivo alquanto affascinante.
Pero’, parliamone: la citazione di Via col Vento alla fine? Che almeno la mia scelta non é ricaduta per altre frasi celebri del film…E poi, i gabbiani: animali maligni, possono permettersi di fare i loro “gridolini” quando invece la schiuma del mare si zittisce infrangendosi sulla riva? Che mondo strano.

C’è da dire pero’, il mio rapporto con il mare è sempre stato speciale. Avendo casa a Sabaudia ho passato tantissime estate li’. Ed era davvero il momento più felice dell’anno. Estate, per quale bambino non lo é? Gli odori che si sentono allora…Avete presente come erano forti? Come l’odore di quella crema solare che sentite ora, a distanza di anni, vi riporti con violenza, con ferocia ed inconsapevolezza, a quegli anni felici?

Felicità: che potrò essere malinconica in questa poesia, e che novità. Ma non sono triste.
Sono sulle braccia del vento, lontana da tutto. Cullata nei sogni, godo di quel rosa, quella tintura d’amore…quel tramonto sul mare é tutto: niente, nessun altro mi è necessario.

E che invidia ne provo ora…

 

Sempre vostra,

Hungerness

 

Quindici anni or sono, le mie prime poesie

Non sarò una scrittrice affermata (per il momento…) ma posso sicuramente dichiarare di averci provato a lungo. Uno dei ricordi che tuttora porto vividamente dei miei otto anni di età è di quella volta che era di una di quelle idiote giornate di Marzo, quando a Roma incomincia a piovere e fa “ancora fresco” fino a che non arriva Maggio e i venti gradi di minima fissi fino ad Ottobre. Mi ricordo la prospettiva della strada dove abitavo con i miei genitori, e che pensavo che davvero quel tempo faceva schifo e non mi piaceva proprio per niente. “Niente”, quella parola rifletteva cosi’ bene il cielo grigio e la noia pre-primaverile che appena arrivata a scuola impugnai la penna e ci scrissi un poema, sul niente. Banalmente ogni fine paragrafo rimava con quella parola, ma la poesia era intensa per me: e ci credo ora, per come invidio ogni bambino, me stessa anni fa, provare emozioni fortissime anche su delle cose cosi’ blande come il cielo grigio, Marzo, il cemento bagnato. Tutta contenta, portai il poema alla cattedra della maestra e lei lo lesse per una manciata di secondi, poi sbatté il foglio sulla cattedra e mi rimprovero’ indignata: “Claudia, ma cosa hai scritto?!”
Come mi fece gentilmente notare quella povera donna che solo due anni dopo sarebbe andata in pensione, avevo scritto “niente” con la “g” all’inizio: gnente.  Almeno avevo risparmiato la i. Non me ne n’ero assolutamente accorta sul momento, e chissà che i miei geni romanacci non avessero approfittato di un vuoto del mio conscio per farsi burla di me. Ma io appunto avevo otto anni e quando mi accorsi dell’errore, sul momento volevo sprofondare fino al centro della Terra e mai più ritornare.
Episodio infelice, ma a rivederlo a distanza di anni, posso solo che affermare con dolcezza che la mia volontà, chiamiamola frenesia, di esprimere un’idea aveva prevalso sulla forma (e non è la prima volta che parlo dei miei problemi di comunicazione…) e non posso che sorridere al pensiero ora. Tale episodio mi ha lungi dal fermata dal comporre altre poesie: quella di cui ho appena parlato non era la prima, e non è stata l’ultima in cui mi sono cimentata di mia sponte nella mia infanzia. Qualche tempo fa, mia madre ha infatti riportato alla luce delle poesie da me composte attorno ai dieci anni, che lei aveva trascritto in Word e stampato (in COMIC SANS…), che mi ha poi portato in una cartellina trasparente una volta venutami a trovare qui in Belgio dove vivo. Ve ne risparmio alcune, tra le quali una molto ridondante sulla luna che per qualche motivo “s’imbatte” sul mare, una che non è altro che una tediosa, oblunga descrizione di una mattina di finalmente primavera quando un pettirosso mi fece visita mentre facevo colazione, un’altra da cui indicai esplicitamente lo spunto preso da una conversazione con una suora (e non una qualunque, una che era stata benedetta da Madre Teresa di Calcutta…). Qui di seguito quattro brevi poesie tutte risalenti al 2002, quindi tra i miei otto e i nove anni di età. Scusate, da come l’ho scritto sembra che me ne stia vantando. A voi pensarlo giustificato o meno.

La prima poesia la si può vedere secondo due prospettive: una è di considerarla una smielata illeggibile; un’altra è di contestualizzarla ad una bambina di nove anni e che pero’, mica male come immaginazione:

20180511_222807.jpg

La seconda poesia è…triste. Questo secondo ogni prospettiva. O meglio, non voglio fare la semplicista e ridurla alla prima parola importante che il primo verso cita, e difatti ad una seconda lettura ci si rende subito conto che è una poesia che parla di forza, invece che di debolezza; di rivincita, invece che di sconfitta:

20180511_222751.jpg

La prossima poesia…ha davvero bisogno di descrizione? Come giustificazione, posso dire di essere sempre stata una bambina eccentrica. E da adulta, nel caso non mi conosciate, potete immaginarmi bene dopo aver letto questo. Come se non bastasse è tutta in maiuscolo. Ribadisco: COMIC SANS MAIUSCOLO. Mamma.

20180511_222849.jpg

Ok, siamo arrivati all’ultima poesia. Ho voluto concludere con la più allegra composizione della mia infanzia fino a questo momento. E’ insolita, parla di una filastrocca, un qualcosa a cui penserei solamente sotto il periodo di carnevale. Ma forse alle elementari si parla di filastrocche più spesso di quanto io ricordi. E’ particolarmente derisoria, ad una seconda lettura: ma allo stesso tempo, è veramente tanto veritiera. In fondo non bisogna avere paura di dire la verità.

20180511_222833

E davvero, le filastrocche sono stupide.

Concludo confermando che si’, ho preferito fare le foto ai fogli che trascrivere le poesie, a testimoniare la scelta spero inconsapevole di mia madre per tale font.

Nel caso vi stiate inoltre chiedendo cosa c’è che non va con i miei accenti, date una riletta qui.

Ce ne sarebbe un’altra, di poesia che vorrei condividere…ma la lascerei al prossimo post. Non vedete l’ora eh?

It’s all for now

Hungerness