Conversazione frigorifere

NB: Questo articolo è una traduzione dall’inglese di questo precedente post
(Rimane sempre bello eh, intendiamoci)

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Nella mia carriera da scrittrice, ho fatto uso di molte tecniche di composizione.

Grazie ad una conoscenza, ho adottato per un po’ la pratica della “parola del giorno”. La trovate ancora nel mio blog, nella sezione apposita in inglese. In pratica, si tratta di scrivere un paragrafo, una riga, una poesia, qualsiasi cosa susciti la parola del giorno che la newsletter di un dizionario online (il Merriam Webster, nel mio caso) fornisce. Una delle ultime era “qualcosa che manca di sapore, anima, vitalità, spirito”. O come era stato anziché posto, “scialbo”.

Poi, un amico mi consigliò, o meglio, me ne condivise la sua esperienza, di limitare i miei pensieri ad una pagina di diario. L’ho ringraziato e penso di esserci riuscita per una mezz’ora: non riesco davvero a contenere i miei pensieri ad una pagina soltanto, se non nelle poche, adatte occasioni.

Nonostante ciò, continuo comunque a provarci: ogni volta che viene il dover scrivere, sono ben felice di mettermi in gioco con tecniche nuove. Soprattutto quando non si è scrittori di professione, è bello giocare su tale arte, su ciò che sarebbe, se sotto costrizione invece, probabilmente stressante.

 

E così, sono arrivata ai magneti per il frigo. Circa quattro anni fa, ero a casa di un’amica che condivideva un appartamento studentesco nel centro di Roma, dove vivevo. Era sera tardi, e avevamo bevuto un po’ troppo: insomma, un giovedì notte universitario qualunque.

Era la prima volta che visitavo quell’appartamento. Le pallide luci bianche al neon sopra gli scaffali d’acciaio illuminavano un cocomero che era stato riempito con della vodka scadente. Quel frutto, che non era ancora estate: ma ai proprietari Bangladesi del negozietto notturno non importava e in fondo, nemmeno a noi.

Notai delle parole sul frigo. Parole? Mi avvicinai. Erano rettangolini incollati. Magnetizzati. Spontanei: c’erano frasi riguardo rose e il colore rosso.

Era una poesia senza rima: era incredibilmente bella.

Così chiesi chi l’avesse composta. Le mie amiche strinsero nelle spalle, dicendo che era già lì quando erano arrivate in quella casa. Erano forse della precedente affittuaria. Una donna.

L’ho immaginata nei suoi quarant’anni, non più bella come un tempo; prima dei problemi economici dovuti a quel bastardo con cui aveva speso cinque anni di troppo della sua vita, che le causarono una dipendenza al fumo che la teneva sveglia a tossire per un po’ prima di riuscire ad addormentarsi.

Ma nonostante ciò, era ancora capace di trovarlo, il bello. Nelle rose rosse. Me ne resi conto: non sono patetiche. Sono essenziali.

 

Anni più tardi, mi trovavo in una casa diversa, la mia, per la prima volta le bollette portavano il mio nome, ero in piedi di fronte ad un frigo che io stessa avevo comprato, contente il pollo in offerta del supermercato, in un paese in cui tento ancora di ambientarmi.

Mi misi un giorno a girovagare per le stradine strette, con l’intenzione di scoprirne i segreti: il mio lavoro di allora, di cameriera, mi teneva occupata solamente alla sera. Il giorno, mi piaceva raffreddarmi il naso con l’aria fresca del Belgio.

Trovai uno di quei negozi che vendono le mappe del mondo da grattare e statuine a pannelli solari della Regina Elisabetta che saluta o dei bulldog che annuiscono. Entrai, curiosando: sapevo non esistesse alcun commesso sollecitante belga, cosicché quegli occhi della donna dietro la cassa ansiosi su di me rivelavano la paura che rubassi qualcosa.

Mi trovai, ad un certo punto davanti ad una scatola rossa…quella scatola rossa! Una confezione di magneti per il frigo a parole, come quelle che conobbi anni prima. Non ne contai il numero, ma c’erano così tante parole che mi sembrava potesse uscirne fuori ogni poesia del mondo. La comprai, dovevo, nonostante costasse 20 euro e non avessi ricevuto ancora il mio stipendio del mese.

Ero felice: potevo giustificare la mia presenza nel negozio a quell’ansiosa donna; e riempire lo sportello del frigo la cui superficie mai fino a quel momento mi sembrava così vuota.

La prima creazione che ne uscì fu sfortunatamente una volgarità che il mio ragazzo dell’epoca riuscì a mettere insieme. Poi me ne appropriai e studiai il mio metodo di creazione: spargendo le parole sul tavolo, tutte, o alcune, e scegliendo quelle che in quel momento possano suonare meglio assieme. Queste creazioni non riescono solitamente in un’ottima grammatica, o sintassi; e spesso, sono frasi molto tristi e il mio ragazzo – quello attuale – non ne è molto contento.

Ma ogni volta, lo rassicuro: non sono io a comporre sul quel frigo. Forse è la ragazza, l’affittuaria, quella che c’era per davvero o solo nella mia mente, dovuta ad un cocomero troppo imbevuto d’alcool.

Sono belle, non so dirlo: mai per me sembra esserci stata poesia sul frigo più bella come quella sulle rose rosse.

E poi talvolta, ancora lo penso, a com’è assurdo…di come si possa fare arte così vicini a dove si tiene il pollo in offerta.

 

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Comprando vinili e altre catastrofi

Le sessioni d’esame sono il peggiore momento dell’anno per ogni studente. I fatidici giorni sembrano non arrivare mai se si ha avuto la fortuna di aver potuto studiare abbastanza (o esserne convinti); nel caso che invece vi siate un po’ lasciati prendere la mano da una nuova serie su Netflix o dal bighellonare con gli amici in quel locale tanto carino con La Chouffe a due euro e venti, le date d’esame sembrano terribilmente vicine.

Le sessioni d’esame si fanno ancora più miserabili d’inverno: raggiungere la biblioteca é una lotta contro il vento e il peso del computer dello zaino sull’equilibrio precario della bicicletta che costeggia le linee del tram, togliersi di dosso guanti sciarpa cappello cappotto giacca sopra il maglione ed eventualmente il maglione stesso e trovare posto per l’ombrello richiede rumorosissimi minuti in aula studio. Boh, poi saro’ io, ma fare le cose con il sole fuori mi sembra tutt’altra cosa. E quest’inverno in Belgio c’é stato il record dell’inverno con “meno luce diretta solare” da anni a questa parte. Già. Già.

 

In questo potpourri di gaiezza mi sono quindi un po’ depressa: il mio muso si é riversato anche nei momenti passati col mio ragazzo, il quale si é detto preoccupato del mio stato d’animo. E povero, lui davvero non c’entra niente con questa malinconia invernale; per sdebitarmi e rimetterci il buonumore ad entrambi (perché sono un po’ una shopaholic) sono uscita il giorno prima dell’esame per comprargli un vinile. Abbiamo un giradischi che usiamo raramente in realtà, ma di cui cerchiamo sempre di mantenere viva la collezione. Per fargli una sorpresa, ho anche pianificato una caccia al tesoro in rima per farglielo trovare, passando per una cena a base di pollo e purè e una bottiglia di birra. Per comodità sono uscita senza borsa, infilando la carta di credito nella tasca interna del cappotto, e per sgranchirmi le gambe sono andata a piedi e non in bici. Una volta al negozio di vinili mi sono decisa per Kendrik Lamar, che a me non fa impazzire, forse perché non riesco a seguirne bene le parole (voi potete farvi la vostra opinione qui) ma che il mio ragazzo invece adora. L’uomo dai capelli ricci alla cassa mi ha detto che non prendevano carte: mi sono quindi recata all’edificio di fianco dove sapevo ci fosse un ATM. Ritornata in negozio, ho pagato e sono uscita soddisfatta di me stessa e della brava fidanzata che sono, riprendendomi un po’ nonostante l’umido delle nuvole basse. Sono poi andata al centro commerciale li vicino perché dovevo fare un po’ di spesa, ma una volta sulle scale mobili, il panico: mi sono accorta di non avere più la carta di credito con me. Mi sono vista davanti allo sportello bancomat: avevo preso i soldi ed ero corsa subito al negozio, impaziente di comprare il vinile, senza aspettare anche per la mia carta. Mai, e dico mai, successo in vita mia. Sono quindi corsa di nuovo verso l’ATM, ma ovviamente i ragazzi che in quel momento stavano prelevando non avevano visto nessuna carta, e io con il cuore in gola e con il cervello che già immaginava un gruppo di loschi individui maneggiare la mia carta con uno strano lettore per scoprirne il codice e depredarmi di tutti i miei poveri risparmi, ho chiamato subito il numero per bloccare la carta. Ma dopo soli venti secondi mi é finito il credito del cellulare. Mi sono quindi ricordata che nelle vicinanze c’era una filiale della mia banca: mi sono precipitata tra tram, passanti e autobus, ma al suo posto c’era un negozio di scarpe. Ho iniziato a correre verso un’altra piazza vicina dove ero sicura ci fosse un’altra filiale. Arrivo davanti alla porta chiusa, guardo l’orologio: dieci minuti dopo l’orario di chiusura. Corro quindi verso il pub dove io e il mio ragazzo lavoriamo, chiamo il servizio di blocco da li e mi dicono che mi invieranno la nuova carta entro cinque giorni lavorativi; sollievo, ma mi ripassano al nastro prima che possa dire che ho cambiato casa e che non ho comunicato il mio nuovo indirizzo alla banca. Sfinita, penso che il peggio é passato e posso passare in banca direttamente il giorno dopo. Ma nel frattempo, ho perso le forze e spiego tutto l’accaduto al mio ragazzo, rovinandogli la sorpresa per il vinile che ho acquistato.
Solo in quel momento, mi sorge un catastrofico dubbio, o meglio, ho il tempo per prenderlo in considerazione: la foga di bloccare la carta aveva prevalso sopra ogni altra priorità. Compongo il numero del negozio di vinili, e si, la mia carta é li: qualcuno l’ha trovata nel distributore e l’ha portata nel negozio sapendo forse che molti prelevano contante dato che non accettano carte.
Santi Belgi. Sono ancora in tempo per passare al negozio a riprendermi la carta. Entro, ringrazio con un “Ci sono davvero belle persone in questo Paese” e prima di poter fare la mia uscita trionfale dopo questa frase ad effetto tra sguardi di orgoglio tra connazionali, mi cade la carta dalle mani, sento i due commessi che ridacchiano, ed io esco con il volto in fiamme maledicendo di non essere rimasta a casa ad autocommiserarmi. Ritrovato il buonumore, perché in fondo era finito tutto bene, quella sera organizzo comunque la caccia al tesoro per il mio ragazzo: abbiamo qualcosa di cui ridere, perlomeno.
Il giorno seguente subito dopo aver finito l’esame, mi reco in banca dove ometto il fatto di aver ritrovato la carta onde evitare una multa e comunico solo il mio problema di indirizzo. Vengo cosi a conoscenza che il mio nuovo indirizzo non é stato registrato nemmeno sulla mia carta d’identità belga come pensavo fosse successo. In quel pomeriggio passo quindi all’ufficio immigrazione per rimediare. Ed é un particolare abbastanza importante, quello di avere l’indirizzo di residenza ufficialmente registrato: per votare dall’estero, ricevere comunicazioni ufficiali, e via dicendo.

Cosa ho capito quindi da questa vicenda, a parte che comprare i vinili il giorno prima dell’esame puo’ rivelare comportamenti di basso profilo intellettivo, che il caso riesce ad organizzare meglio la mia vita piuttosto che io stessa.

E allora non c’é da sorprendersi se mi risulta cosi’ difficile prendere coscienti decisioni per me stessa: o se da sola prendo decisioni sbagliate. Cosa voglio mangiare per pranzo? (Come diavolo mi é saltato in mente di mangiare tutto quel riso?) Che taglio di capelli mi dona di più? (Sembro un fungo con due gambe) Devo accettare questa proposta di lavoro o no? (Questo, non ha ancora controprova).

Ma forse é troppo facile condannarsi quando si pensa di avere abbastanza esperienza e maturità per riuscire ad organizzarsi la vita al meglio. E’ anche un po’ presuntuoso rimproverarsi per questo motivo, a pensarci bene.
E mentre rifletto su tutto cio’ metto su un vinile. Non Kendrik Lamar. Uno che piace a me.