Pavimento

Ho bisogno di sedermi. Ma a terra, sul pavimento.

Sedersi a terra rende immediatamente tutto così genuino, così più vero, d’altronde siamo con i piedi a terra quando siamo delle persone oneste, e forse perché la terra è il luogo a cui dobbiamo ritornare assieme alla polvere quando moriamo, e quando sono sul pavimento sono vera e onesta come quando ero da bambina, che a terra mi ci si sedevo perché forse mi era più vicina al petto.

Ma sedersi sul pavimento era trasgressione se alla fermata del treno, “è sporco!” mi diceva mia madre e potevo sedermi solo al sicuro della mia stanza, circondata dai giochi e la televisione e le biglie e le Barbie per terra, anche se la vedevo tutta la polvere sotto il letto e le travi del pavimento mancanti e i fili aggrovigliati attorno alla presa elettrica, ma in fondo la mia casa aveva mura angoli soffitti scrivanie e pavimenti al contrario di quella canzone che mi rendeva tanto triste mentre parlava di una casa bella davvero, ma forse a tali questioni non davo molto peso a quell’età – quale età?

E ora quando mi siedo a terra lo faccio delicatamente, con lo stesso timore che possa essere sgridata, anche se la polvere l’ho aspirata con foga ieri notte fino alle due e la Barbie è quella che voglio replicare sul mio corpo così che anche stasera la cena ha lasciato il posto ad un’intera bottiglia di Nero d’Avola e ora ho paura di cadere a terra come il pavimento fosse cosparso di biglie, e le voci le sento in testa come fosse sintonizzata su un canale che non ho voglia di seguire.

Cosi’ che mi siedo sul pavimento.

Come se fossi una bambina, almeno per un po’.

Home is where the sun is

Mi sono trasferita da poco, in una casa poco distante da quella dove ho abitato con il mio ragazzo per un anno. Sempre di Gent, sempre del Belgio parliamo (strana questa maniera di descrivere la mia residenza, come che la consideri una fase da dover concludere).

È una casa più piccola, meno sicura (al piano terra, vicino ad un parcheggio), più costosa.

Ma è moderna, i soffitti alti, le porte finestre giganti, da dove riesce ad entrare quella luce che mi sembra impossibile possa arrivare fino qui al Nord.

 

Perché la luce bella era quella che entrava nei pomeriggi pigri della mia prima adolescenza, quando non c’era molto altro da fare se non guardare serie televisive di bassa qualità, inzuppando Pan di Stelle nel tè freddo (provare per credere). Quella luce poteva essere solo a Roma, quando a settembre andavo ancora al mare perché fa caldo ed è il mese con i tramonti più belli.

La casa precedente qui in Belgio era stata, centinaia di anni fa, un monastero. Anche in nome della strada lo ricorda: Zwartezustersstraat. Via delle sorelle nere. E l’accademia d’arte hipster alla fine di essa ha una piccola madonnina sopra alle cinte murate che la circondano.
Ed è “bella, bella davvero”, con quelle travi di legno possenti che attraversano il soffitto e la vista sui tre campanili di Gent; ma ci si cammina facendo rumore poiché i pavimenti scricchiolano, anche loro non di certo giovanissimi, e lasciano passare vento, odori, polvere.

In passato ho abitato temporaneamente in tende, caravan, cantine, pub abbandonati, barche non più in funzione, credo anche in un paio di bagni (per una notte soltanto, intendiamoci). Non mi sono tirata indietro a nulla. Mi sono sempre facilmente adattata.

Ma l’altro giorno, seduta sul divano di questa nuova casa, indecisa se fare capolino nel giardino per afferrare gli ultimi raggi di sole, ho ripensato a Roma. Alla Roma dei miei anni fa. Ai biscotti al cioccolato nelle bevande zuccherate e agli episodi visti cento volte alla tv. Ho perso entrambe le abitudini, ad essere sincera.

Ma avendo notato questo, avendo notato il sole, mi sono resa conto di trovarmi a casa.