Numero 28

Ti penso mentre quest’areo discende,
infrange l’immensità di bianco fuori al finestrino,
il ronzio delle turbine mentre planiamo verso le chiese barocche,
sotto quella canzone che ascoltavo poggiata sulla tua clavicola.

Ti penso e con te il ricordo della strada battuta di fronte al cancello di casa tua,
quel giorno che avevo paura ci saremmo lasciati,
m’immaginavo legarmi contro le grate,
accendermi una sigaretta perché mi sarebbe venuto il vizio,
gridare contro i tuoi genitori,
tuo fratello,
il tuo cane,
tutti esterrefatti, che in fondo gli piacevo.

Ora ti guardo,
i miei occhi discendono sul caffè bollente che mi porto alla bocca,
grazie al cielo mi brucia la lingua
così da non poter fare altro se non osservarti
e sorriderti.

Il polpettone

Era l’unica occasione in cui mangiavamo maionese. Quel barattolo nell’angolo più remoto del frigo affiancato dai capperi sotto sale, la consistenza cremosa attorno al bordo, ingiallita e indurita. Finalmente, sembrava dire quando mia madre lo tirava fuori.

Il mio naso giusto fino a sopra il tavolo, a curiosare sulla superficie di legno. Ero stata richiamata in cucina dal bzzz continuo del motore per l’impasto che mi aveva raggiunta fino alla camera da letto.

Perché era così ovattato il suo odore, come il beige del colore, come il bianco del panno, bollito, che lo ricopriva: lo nascondeva finché una nuvoletta di vapore, come un respiro di sollievo, usciva dagli angoli che le dita di mia madre delicatamente snodavano.

«Stai facendo il polpettone di tonno?» le chiedevo quasi d’un fiato.

E lei che annuiva senza troppo entusiasmo, i capelli secchi, fissi, immobili sulla testa, gli occhi che non m’incontravano, non so bene se guardassero tantomeno le pale metalliche che mischiavano il composto.

E io che prendevo a correre per i corridoi, colma di gioia, perché in fondo, cos’altro si può aspettare di più eccitante da un pomeriggio di domenica una bambina di sette anni?

Ci sedevamo alle nove, nove e mezza, sempre troppo tardi, avevamo già permesso a quegli stupidi programmi d’intrattenimento di inondarci di luoghi comuni.

Per fortuna c’era il polpettone di tonno.

Il mio coltello senza lame trafiggeva la superficie spessa della maionese a raccoglierne una porzione generosa, che tremolava nel delicato tragitto verso il mio piatto, quando la facevo cadere poi con un plop sul polpettone, senza preoccuparmi di spalmarla. La forchetta a sezionare la fetta in archi, infilzati, un nuovo tragitto verso la mia bocca affamata, attenta a non far cadere la salsa giallo pallido per nessun motivo. Il polpettone ancora caldo e la maionese si fondevano sulla mia lingua, creando velocemente un malloppo che quasi che non aveva bisogno di essere masticato, calava lentamente in fondo alla gola.

Dieci minuti, la velocità in cui terminavo il mio piatto: ma di pura estasi.

Guardavo mia sorella mangiare: i posti dei miei genitori, vuoti entrambi.

«Tu non mangi?» a mia madre, il rosso fuoco del tiro della sigaretta era l’unico segnale a darmi prova che fosse nel balcone avvolto dall’oscurità.

«Mamma mangia dopo» mormorava.

 

Poi venne un giorno in cui mia madre prestò il robot da cucina a nonna. La quale non lo riportò mai più indietro.

«Mi dispiace, ma quella lama non girava già bene quando me l’hai dato…».

E c’erano le bollette e la batteria della macchina che erano più costosi, il robot da cucina non fu rimpiazzato: e il polpettone di tonno non si fece mai più.

La maionese scadde, e la buttammo. Mamma e papà divorziarono. E io presi la laurea e me ne andai via di casa e di paese.

In Belgio la maionese la mettono ovunque.

 

Ogni volta che torno Roma d’estate mi sorprendo di quanto sia calda, bollente, mi sento cotta al vapore dentro i jeans lunghi e la felpa grigia. È Luglio, ma stamattina a Bruxelles facevano quindici gradi.

Mia madre è bellissima, i capelli lucidi raccolti con un fermaglio elegante, gli occhi costeggiati da un delizioso verde smeraldo.

Sistemiamo i miei bagagli in macchina e mi chiede dei miei programmi per il pomeriggio. Non posso non voltarmi con stupore quando mi dice che il suo è di cucinare il polpettone di tonno.

«Come ve lo facevo da piccole».

A tavola, siamo solo io e lei. Ma le mensole sono piene dei suoi artefatti, hobby ripreso negli ultimi anni. La tv è spenta.

La maionese la scanso un po’, questa volta. Ma con un solo morso, sono trascinata indietro agli stessi sapori di quasi vent’anni fa.

Mia madre indica la sua forchetta piena:

«Buono vero? Ho usato il minipimer anziché il robot da cucina ed è venuto bene lo stesso…» Ma sono occupata a far rincontrare lo sformato e la maionese dentro la mia bocca, quindi annuisco solamente.

La guardo, a mia madre, non sicura se ne renda conto che la guardo con orgoglio.

 

Numero 16

Occhi di sangue a furia di scriverti
falangi mangiate a furia di pensarti.
Ogni momento morto
vedevo il tuo riflesso sui denti smaltati
e la tua ombra negli angoli dei locali.
Stringendomi i pugni sulle cosce,
recitavo maledizioni affinchè sparissi.

Guardandomi attorno non c’erano che tue proiezioni
distorte, lontane, vicine, recenti.
Ogni volta che faceva male
mi coprivo con i capelli
e ti consumavo con cicli di pentimenti.

Ti ho trovato in un cappotto giallo,
lasciato lì da mio padre.
Ti ho mostrato a palmo aperto ai suoi occhi,
le iene che deridono il loro stesso banchetto,
anche lui si è morso le carni
ed è restato in silenzio.

Sono rimasta sul bordo ad aspettare,
occhi chiusi, la nausea e la bile
a scacciare i ricordi, a inghiottire acido,
a consumarmi le gengive.

Rimaneva l’alone,
un cerchio imperfetto sbafato di arancio,
ma ora, con mani di ferro
ti sollevo sopra le quercie,
più in alto dei nastri di luce
e ti lascio cadere.

Numero 1

C’era un tavolo In quattro spazi bianchi.
C’era un poeta
che pizzicava corde d’argento
attorno al tuo dito.

C’erano i limoni che non hai mai colto,
gli infusi dell’Oriente allo zenzero,
C’era un rogo acceso
sotto al tuo epidermide.

Ora vive il suono del tuo tuono
di quando sbatti le ciglia.
Un presagio di stormi
che si liberano sopra ai tuoi occhi
e planano nuovamente al principio delle tue guance,
scaricando bisacce di sale.

C’erano loro,
adesso ne rimangono delle scatole vuote,
Ne ridi come ridevate un tempo
racchiudendo pasta e pistacchi,
Verdure e rifugi,
Ricordi e malesseri.