Pavimento

Ho bisogno di sedermi. Ma a terra, sul pavimento.

Sedersi a terra rende immediatamente tutto così genuino, così più vero, d’altronde siamo con i piedi a terra quando siamo delle persone oneste, e forse perché la terra è il luogo a cui dobbiamo ritornare assieme alla polvere quando moriamo, e quando sono sul pavimento sono vera e onesta come quando ero da bambina, che a terra mi ci si sedevo perché forse mi era più vicina al petto.

Ma sedersi sul pavimento era trasgressione se alla fermata del treno, “è sporco!” mi diceva mia madre e potevo sedermi solo al sicuro della mia stanza, circondata dai giochi e la televisione e le biglie e le Barbie per terra, anche se la vedevo tutta la polvere sotto il letto e le travi del pavimento mancanti e i fili aggrovigliati attorno alla presa elettrica, ma in fondo la mia casa aveva mura angoli soffitti scrivanie e pavimenti al contrario di quella canzone che mi rendeva tanto triste mentre parlava di una casa bella davvero, ma forse a tali questioni non davo molto peso a quell’età – quale età?

E ora quando mi siedo a terra lo faccio delicatamente, con lo stesso timore che possa essere sgridata, anche se la polvere l’ho aspirata con foga ieri notte fino alle due e la Barbie è quella che voglio replicare sul mio corpo così che anche stasera la cena ha lasciato il posto ad un’intera bottiglia di Nero d’Avola e ora ho paura di cadere a terra come il pavimento fosse cosparso di biglie, e le voci le sento in testa come fosse sintonizzata su un canale che non ho voglia di seguire.

Cosi’ che mi siedo sul pavimento.

Come se fossi una bambina, almeno per un po’.

La prima volta

E’ successo. E’ andata bene, credo. Nel senso, la serata è passata senza che nessuno sia caduto dalla sedia e spaccatosi un braccio. Nessuna tempesta di neve si è improvvisamente abbattuta sulla libreria gelando a morte i suoi ospiti.

Ho fatto la mia prima presentazione del libro! 

Alla libreria Teatro Tlon, a Roma.

Posso suonare un po’ spocchiosa, ma è andata decisamente bene.
E per suonare ancora più spocchiosa, ho capito che mi piace tantissimo parlare dei miei scritti.
E per farmi odiare del tutto, metto qui qualche foto della serata.

Causa studi, lavoro, sono sempre stata abituata a parlare in pubblico: ma ho sempre dovuto parlare del lavoro di altri, o del pensiero filosofico, politico, o peggio! economico, d’altri, il che abbassa notevolmente il coinvolgimento e anche l’accuratezza della mia presentazione.

Parlare di una mia creazione invece, è stato estremamente gratificante. Sono io che ho scritto questo! Sono io che ho pensato di far agire, pensare, questo personaggio, e in questo modo! Il che ti è piaciuto credo, perché ora sei alla presentazione del mio libro, o te lo stai comprando, il mio libro!

Da una parte è stato un po’ come andare dallo psicoanalista. Specialmente perché il libro è tanto, molto d’introspezione e autobiografico. Per un libro pubblicato, è stata forse mossa molto poco intelligente.
Fatto sta che quest’introspezione ha fatto parte ovviamente della presentazione: sono state trattate le sofferenze e le emozioni dei personaggi, che in fondo sono le mie, come se fossi stata in seduta.
Solamente che c’erano una quarantina di paia di occhi ad osservarmi, invece che uno.

Una quarantina!

E alcuni nemmeno li conoscevo! Soprattutto una coppia giovane, piercing al naso lei, barbetta rossa lui…Non li conoscevano nemmeno il proprietario della libreria, né la mediatrice, né l’attrice che ha letto estratti del libro!

Non che non sia stato bello rivedere quegli amici e famigliari che non mi aspettavo venissero, che non vedevo da anni, che hanno mantenuto la promessa e si sono presentati.

Ma quel paio di “innominati” per usare un termine letterario…non so, mi hanno fatto sentire di  essere sulla strada giusta. Che forse dovrei abituarmi a facce nuove che mi guardano, sorridono, vogliono complimentarsi con me. Che capiterà più spesso, che non debba sorprendermene. Perché sono i miei libri che hanno conosciuto per primi.

Bello no?

Sarà, ma sono ancora più propensa a credere che in realtà quel ragazzo con la barbetta rossa mai visto prima fosse un fiocco di neve sotto copertura.

 

Sempre vostra,

 

Hungerness

E nel frattempo, ho scritto un libro.

«Ma dai, e di cosa parla?»
Come mi chiamo?
«È…una storia»
Bananescimmiedischivolanti.
«Racconta della preparazione di una cena tra membri di una famiglia le cui distanze e avvenimenti ne hanno danneggiato i rapporti. Si renderanno conto che il passato non è cosi’ facile da dimenticare…»
[…]
«Ne sto scrivendo un altro, sarà più bello».

Lo potete acquistare in libreria e online, quindi rimanendo comodamente in pigiama.